SAN GIOVANNI DI DIO E IL RADICALISMO EVANGELICO – CORRENTE AD ALTA TENSIONE – Angelo Nocent

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Spiritualmente appartengo alla Famiglia di San Giovanni di Dio sin dalla mia giovinezza, perciò si può dire che questa esperienza abbia modificato anche il mio DNA. Quest’uomo che mi è stato illustrato quand’ero ancora adolescente e, a mia volta, quattordicenne timido e imbarazzato, sono stato invitato a presentare a un corposo gruppo che si preparava alla prima comunione, ha finito per essere il mio “testimone” ideale che ha plasmato la mia vita, occupato i miei pensieri, aperto i miei orizzonti, influenzato le mie scelte e che  ormai inciderà anche sul quel poco di futuro terreno che ho a disposizione, prima d’incontrarlo in un’altra dimensione.

Tutto è trascorso con i suoi alti e bassi, tra solitudini e inciampi che fortunatamente i venti di stagione hanno disperso ma solo per fare posto a nuove misteriose traversie. Perché le nuvole non finiscono mai di attraversare i cieli dell’esisteza.

1-2015-09-06L’idea di ripensare la fisionomia del Padre che le biografie esistenti, quasi sempre carenti di attenzione all’uomo interiore, a come sia potuto arrivato a quel radicalismo evangelico che ha il momento e più visibile, spettacolare,  all’Eremo di San Sebastiano dopo il panegirico del Maestro Giovanni d’Avila, oratore di fama.

Santo edificante sì, ma di scarso interesse la sua avventura svoltasi nel sedicesimo secolo, protrattasi con alterne vicende fino ad oggi attraverso i discepoli ma in balia delle onde della globalizzazione che avanza come un tifone. 

La navicella nel vecchio Continente oggi sembra incagliata sui fondali marini per via del “rinnovamento” inteso come “aggiornamento” più che “conversione”, come era negli auspici del Vaticano II. Per molti sembra un’esperienza destinata ad usurarsi fino a scomparire. I generosi e talvolta eroici discepoli non sono rimpiazzati. Gli Stati non hanno più bisogno di questi valorosi “supplenti” e la loro sparizione non creerebbe alcun danno sociale e pochi se n’accorgerebbero. 

L’idea di scrivere di lui, m’è sempre rimasta ed è una tentazione continua. Essa deriva da un riconoscente affetto filiale che persiste anche in questa ultima parabola della mia vita, fatta anch’essa di luci e di ombre come le precedenti. Ma ancora di un ardore inconfessato che vorrei emergesse dall’insieme dei ragionamenti. 

San Giovanni di DioE’ certamente impresa ardua parlare di un santo di tale statura e potrei anche fallire. Ma tentar non nuoce. E mi viene in soccorso la saggezza popolare: “Chi non s’avventura, non ha ventura”. 

E poi, se di Giovanni di Dio si sanno poche cose, è un bene. Perché ciò che si sa di qualcuno impedisce di conoscerlo. Ciò che se ne dice, credendo di sapere ciò che si dice, rende difficile vederlo.

La mia ardua e azzardata impresa inizia con un paio di domande d’obbligo: 

  • Che tipo d’uomo fu questo Ciudad?.
  • Come reagì di fronte al soprannaturale che lo incalzava? 

Qualcuno ha scritto che la santità litiga con la curiosità. Forse ha ragione. Ma proprio per questo cercherò di fare questo mio viaggio in compagnia di chi mi ha preceduto in quest’avventura, a cominciare dal primo biografo Francesco de Castro ma anche con lo scrittore e poeta spagnolo José Cruset, e con il Servo di Dio Igino Giordani, autore nel dopo guerra di una biografia alla quale si è ispirato anche il Cruset. 

_Scan10175Del primo, il de Castro, che scrisse dopo più di vent’anni dalla morte del santo, sappiamo che ce l’ha messa tutta per “dare alla luce una storia veritiera” e per “appurare e risuscitare la verità”, sepolta e “messa in oblio” col passare degli anni. Un fatto positivo ma che rivela anche un altro aspetto: che, per la sua onestà intellettuale, egli ha dovuto scartare molte delle narrazioni pervenutegli circa la vita e le opere di Giovanni di Dio, non potendo accertarne la veridicità. Il che significa che il santo va ben oltre la seppur preziosa fotografia che il primo biografo ci ha tramandato. Ed è proprio in questi oscuri fondali che bisogna provare a calare la sonda. Perché il vento c’è e lo si percepisce, anche se non lo si può vedere. 

Il de Castro è come i professori che insegnano agli altri le parole che hanno trovato nei libri. Nel nostro caso, il testo base sono le testimonianze, le parole sulla bocca della gente. Epperò esiste anche un libro d’aria che è la Bibbia. Ma questa parola, prima di essere nel Libro, dov’era? Da dove veniva? 

Essa aleggiava sul vuoto delle terre e sul vuoto dei cuori, vagava col vento per i deserti. Era la prima. Era sempre esistita. La parola d’amore è anteriore a tutto, perfino all’amore. In principio non vi era altro che lei, la voce senza parole, il soffio d’oro che avvolgeva Dio” (Christian Bobin). Ed è li che bisogna sempre ritornare, in quell’Oltre che impregna ogni pagina della Bibbia, “ma impregna pure le foglie degli alberi, il pelo degli animali e ogni granello di polvere che vola nell’aria”. 

Perché “l’estremo fondo della materia, il suo ultimo nucleo, non è la materia, ma questa parola”. La stessa che in ogni liturgia, dopo ogni Lettura, viene sottolineata con uno squillo di tromba: “Parola di Dio”. La sola Luce capace di rischiarare gli abissi dell’animo umano. 

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San Giovanni di DioDel Cruset mi limito a dire che a più di quarant’anni dalla sua pubblicazione italiana col titolo altamente significativo e di rinnovata attualità, “UN AVVENTURIERO ILLUMINATO”, mi prende ancora l’anima e mi riempie di stupore come la prima volta, quando riprendo in mano il suo libro ormai consunto. E vi attingerò ogni volta che ha saputo dire più e meglio di quanto ne sarei capace. Perché ci possiede la stessa passione, ci divora il medesimo fuoco e mi stimola il suo stesso ideale. Lui ormai non c’è più e il suo libro anche. Altri dopo di lui hanno scritto ma mai con il suo impareggiabile ardore che tanto bene mi ha fatto e che vorrei fosse contagioso. 

2013-12-1686Del Giordani che in GIOVANNI DI DIO SANTO DEL POPOLO ha avuto il coraggio di sfrondare la vita del Santo da tante leggende di prodigi e di miracoli accumulatisi nei secoli, continuo a percepire la medesima sensazione del Padre Gabriele Russotto che nella prefazione scriveva: “Il suo san Giovanni di Dio è “il santo proletario”, come egli stesso dice, “che oggi ci abbisogna”; il santo che “aveva sentito come non pochi, la solidarietà col popolo: con tutto il popolo, ricchi e poveri, ma soprattutto con i poveri, perché più tribolati, e aveva vissuto la loro vita come la propria vita. Aveva gettato la sua anima per loro e l’aveva ritrovata in loro”. 

OLYMPUS DIGITAL CAMERASan Giovanni di Dio fa il suo ingresso sulla scena del mondo alla fine del XV secolo, tre anni dopo la scoperta dell’America, l’8 marzo 1495. Ha vissuto i suoi 55 anni in un’ epoca avventurosa, carica di inquietudini culturali, di fermenti e ribellioni politiche. Siamo nell’era di Wuttemberg e della scoperta della stampa. In Occidente si assiste alla fine della lunga dominazione islamica. Sul versante del Nuovo Mondo inizia una campagna di evangelizzazione senza precedenti. Sono tutti segnali della fine del Medioevo e dell’alba dell’ Età Moderna.

Il Castro ce lo presenta come di origine portoghese e pochi altri dati scarni e non proprio verificabili. Qualcuno in questi anni ha pensato che fosse di origine ebrea e ciò la direbbe lunga. Ma sui dati anagrafici, quelli dei suoi genitori, circa il suo arrivo nella città di Oropesa, intorno al 1503, non c’è nulla di sicuro. Per questo motivo bisogna accettare che si tratti di un momento buio della vita del Santo e che tale, fino a prova contraria, deve restare. Del resto, lo stesso Castro, suo primo biografo vent’anni dopo la sua morte, pur sapendo certamente molto più di quanto si sappia noi, non ha voluto fornirci notizie per le sue buone ragioni che non ha ritenuto di riferirci. Tanto per sollevare un poco il velo del mistero, possiamo forse intuirle e ritenerle prudenziali: 

  1. ciò che poteva riferire era poco rilevante con quanto si era prefisso di scrivere (ipotesi alla quale non credo);
  2. perché le indicazioni non sarebbero state in sintonia con il pensiero del tempo sui presupposti della la vita di un santo;
  3. per non voler compromettere ed ostacolare la causa di canonizzazione. 

Juan de Dios loco en GranadaDocumenti recentemente scoperti vi fanno allusione; la recente biografia di JM Javierre sembra sostenere questo assunto. Se vi ho fatto solo cenno e non intendo dilungarmi è perché ma la mia intenzione non è, come ho detto prima, di fare una revisione storica della sua vita ma una narrazione agevole e mirata al disegno provvidenziale di Dio e alla santità dell’uomo da lui prescelto. Così, giacché questi dati non interferiscono con la vita del Santo, preferisco sorvolare sugli anni giovanili che, con tutta probabilità, Giovanni Ciudad ha trascorsi come un ragazzo normale del suo tempo. 

Epperò bisognerà pur spendere una parola sui ragazzi del suo tempo che di mestiere solitamente facevano il contadino, il pastore, il garzone di bottega o il soldato. Che il loro mondo finisse lì? Non credo. C’erano anche allora i mezzi di comunicazione sociale ed erano rappresentati da quelle persone che per lavoro od altro si dovevano spostare da una località all’altra e, in questo modo mettevano in moto il passaparola. Così, di bocca in bocca, le notizie giravano, talvolta correvano il rischio di essere enfatizzate rivedute e corrette a piacimento, ma indubbiamente facevano presa. 

Chi provenisse da Lisbona, emporio oceanico di mercanti e navigatori, o da Madrid, centrale opulenta d’un impero che si era allungato ormai al di là dell’Oceano, ne aveva di cose da raccontare, magari in cambio di ospitalità, un piatto di minestra e magari di un fienile per la notte. Così, adulti e ragazzi stavano ad orecchi aperti e pendevano dalle labbra di quei cronisti. Con la differenza che i giovinetti s’addormentavano su quell’orizzonte sconfinato di mondo. Sentir parlare dell’India, raggiunta e toccata da una navigazione inaudita proprio da un corregionale come poteva essere Vasco de Gama e che in quegl’anni continuava ad attraversare mari inesplorati con flotte ardite, faceva sognare ed eccitava le fantasie. 

Sultano Sulimano il magnificoE succedeva anche che l’avidità di conquista andasse essicando la carità e che gli uomini s’impoverissero di amore nella misura in cui si arricchivano di oro. Provvidenzialmente però sorgevano, or qua or là, anche spiriti generosi che volgevano quell’esuberanza di vita, come sottolineava il Giordani, in opere di assistenza: “E la Chiesa entrava, specie dopo la definitiva cacciata dei Mori dalla Spagna, in una fase di vittorie; un papa spagnolo, un Borgia, che si chiamava Alessandro VI, pur tra il fasto e la mondanità, incitava portoghesi e spagnoli a propagare la fede oltre Oceano e a ricacciare i Turchi di là dal Bosforo”. 

Tornando a noi, si dà per certo che Juan, non si sa bene presentato da chi, abbia vissuto a lungo nella casa di un certo Mayoral di Villa de Oropesa. Il Mayoral era un capo squadra, o un Capoccia, tanto per intenderci. Doveva essere uomo capace, intelligente, probo lavoratore, dal momento che era stato designato alla sorveglianza dei greggi di Giovanni Ferrus-e-Navas, grosso proprietario del luogo. Come tanti, credo fosse anche incline alle opere di misericordia, molto sentite a quel tempo, a cominciare da quella di alloggiare i pellegrini. Per lui Juan ha lavorato nell’attività agricola, si è dedicato alla cura del bestiame. Vuoi per carattere che per spirito d’iniziativa e intraprendenza, il ragazzo in casa fu molto amato da tutti. Se già non lo sapeva, qui probabilmente avrà imparato anche a leggere che, per un’intelligenza sveglia, è il modo migliore per aprirsi a nuovi orizzonti. E quali potevano essere se non la Spagna e il Portogallo, paesi limitati da ogni parte da monti e da colline? 

E’ risaputo che, spesso, lo spirito d’avventura era più forte d’ogni sentimento familiare. Spesso ai giovani capitava anche allora di non avere un programma preciso: ma possedevano allora come oggi uno slancio dentro, con una grande brama di cose grandi. E se ne andavano, magari sulle caravelle della fantasia. 

Johannes_KalybitesC’è una data miliare già menzionata ed è il 1503. Cristoforo Colombo stava facendo l’ultima circumnavigazione per scoprire che le Indie non erano tali. E c’era chi partiva per la guerra e chi per l’ India. Ed il Giordani annota: “E papa Alessandro Borgia partiva per il giudizio di Dio”. Ma ci fu perfino un tale San Giovanni Calibita che fuggì di casa per farsi monaco nella Bitinia. Non so dire come, ma i suoi resti mortali ora sono conservati nella chiesa omonima nell’Isola Tiberina a Roma. Dunque, un periodo molto effervescente. 

Cesare_BeccariaSan Giovanni di Dio, orgoglio dei suoi discepoli specialmente da quando Cesare Beccaria lo ha definito “fondatore dell’ospedale moderno”, rischiano oggi di cullarsi nei ricordi:

  • il primo ospedale a Granada, come lo voleva lui…
  • i celebri frati medici e farmacisti dell’ 800, che aggiunsero lustro e prestigio all’Ordine. 

Tutto vero e molto bello ma… 

È ora adesso di provare a passare all’oggi, per vedere che cosa possiamo imparare da questo inizio del movimento ospedaliero, fuori dal nostro tempo, dunque irripetibile. Il primo pericolo, o illusione, da evitare è quella di poter riprodurre nelle forme esterne e concrete l’esperienza di Giovanni di Dio. La vita e la storia sono come un fiume: non tornano mai indietro. 

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Dobbiamo anzitutto metterci nella prospettiva giusta. Quando Giovanni di Dio guardava indietro vedeva Cristo; quando noi guardiamo indietro vediamo il mendicante di Granada. La differenza tra lui e noi è tutta qui, ma è enorme. 

Domanda: In che consiste allora il carisma giovandiano che oggi viene marchiato come “ospitalità” ? 

Risposta: nel guardare a Cristo con gli occhi di Giovanni di Dio! Il carisma dell’Ordine non si coltiva guardando Giovanni di Dio, ma guardando Cristo con gli occhi di Giovanni di Dio. Solo che il messaggio che viene fatto passare o magari frainteso è di segno opposto. 

Cristo è tutto per Giovanni di Dio: è la sua sola sapienza e la sua vita. Sulla sua bocca e nelle lettere c’è sempre questo ritornello: “Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù“. E dovrebbe anche essere il leitmotiv, ossia il motivo conduttore ricorrente, associato alla persona e alla sua idea. Non che non sia così, intendiamoci, ma lo è più sulla carta che nel quotidiano. 

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A chi ha vissuto l’anno paolino voluto dal Papa, non sarà sfuggito un confronto tra la conversione di Paolo e quella di Giovanni di Dio. 

  • L’una e l’altra sono state un incontro di fuoco con la persona di Gesù; entrambi sono stati “afferrati da Cristo” (Fil 3, 12).
  • Entrambi hanno potuto dire: ”Per me vivere è Cristo” e “Non sono più io che vivo, Cristo vive in me” (Fil 1, 21; Gal 2,20);
  • entrambi hanno potuto dire “Io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6,17).

 Se c’è un messaggio equivocante veicolato nel nostro tempo, è l’identificazione di Giovanni di Dio con l’ospitalità, ossia la concentrazione sul fare più che sull’ essere. Se nel francescanesimo è passata la famosa metafora delle nozze di Francesco con Madonna Povertà, lasciando tracce profonde nell’arte e nella poesia francescane, qualcosa di analogo è avvenuto con san Giovanni di Dio: lui e l’ospitalità sono una carne sola: fa perché è. Perciò, non dico che non sia vero ma può essere deviante. Non ci si innamora di una virtù, fosse pure la somma, ossia la carità espressa nell’ospitalità; ci si innamora di una Persona. 

Perla preziosaLe nozze di Giovanni di Dio con la povertà, la castità, l’obbedienza, l’ospitalità che non ha praticato con “voti solenni” di consacrazione religiosa, sono state, come quelle di altri mistici, uno sposalizio con Cristo. Guai a confondere, a mal interpretare. La sposa di Giovanni di Dio non sono un mazzo di virtù bellissime ma il tesoro nascosto e la perla preziosa, cioè Cristo, il Regno dei cieli già in mezzo a noi (Luca 17, 21). 

Dunque, il discepolo, ovunque vada, chiunque accosti, è lì per dire che ha trovato il tesoro nascosto e la perla preziosa. E vuole condividere questa ricchezza con i “poveri” in tutti i sensi. Non solo a parole, ma perfino con gli stessi gesti del Maestro, il Gesù di Nazareth, un uomo – come raccontano “quelli che sono stati coinvolti nella sua vita, che hanno vissuto e mangiato con lui,

  • che passava per le città e i villaggi della terra di Israele facendo il bene, guarendo, consolando tutti quelli che incontrava.
  • Un Gesù  che parlava anche “di un Dio che appariva “altro” per gli uomini religiosi del suo tempo,
  • Un Gesù “che rendeva “vangelo”, buona notizia, quel Dio al quale gli uomini avevano finito per dare immagini perverse proiettandovi i loro desideri mondani.
  •  Un Gesù che “annunciava un Dio il cui amore non deve essere mai meritato,
  • un Dio che ci ama sempre e gratuitamente,
  • un Dio che non castiga ma perdona quelli che cadono nel male,
  • un Dio che chiede riconciliazione e amore reciproco tra gli uomini,
  • un Dio che vuole riconoscimento e culto come mezzi in vista dell’amore, perché egli stesso è amore;
  • un Gesù che “aveva parole durissime per i detentori del potere religioso, sacerdoti e dottori della legge, perché costoro si rendevano esenti dai pesi che facevano portare agli altri, perché cercavano di apparire esemplari senza mai tentare di esserlo realmente;
  • un Gesù “scomodo, e per questo ebbe nemici, calunniatori che lo chiamavano falso profeta e indemoniato. Questi nemici riuscirono, mediante un illegale processo-farsa, a condannarlo come bestemmiatore di Dio e convinsero il potere politico che Gesù era anche un pericolo per l’autorità di Cesare. E così il potere religioso e quello politico, concordi tra loro, lo condannarono alla morte in croce, sentenza eseguita il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era.
  • Quel Gesù che “in croce appariva come un maledetto da Dio e dagli uomini per i credenti giudei, come un uomo nocivo per l’impero agli occhi dei romani:
  •  nudo, nella vergogna,
  • che muore senza difendersi, senza rispondere alla violenza,
  • amando e perdonando “fino alla fine”, come aveva vissuto. (Enzo Bianchi).

I frati di San Giovanni di Dio che si pongono sulla sequela di Cristo ma anche i laici che intendono farlo, non basta che mettano l’accento sul carisma specifico dell’Ordine, paradigma interpretativo del Vangelo e dello stile di vita di Cristo, ma devono mettere ben in risalto il radicalismo evangelico, ossia di tutte quelle espressioni usate da Gesù per manifestare le conseguenze radicali della adesione a Lui. 

Tali espressioni riguardano 

  • i beni materiali (rinuncia a tutto per stare con lui),
  • gli affetti familiari (da non far prevalere sulla sequela),
  • le relazioni sociali (per esempio l’amore ai nemici, allo straniero…),
  • la disponibilità assoluta (prendere ogni giorno la croce),
  • la fede piena (per esempio, pregare incessantemente, vedere nel Cristo il Padre.

Come si vede, il radicalismo evangelico è sostanzialmente più ampio degli impegni pubblicamente assunti con i consigli evangelici che non intendono selezionare il Vangelo in valori principali e valori secondari, quanto piuttosto abbracciare la totalità a partire da tre settori chiave: 

  • affetti,
  • possesso,
  • autonomia. 

Tutto ciò è quel “distinguo” che deve riflettersi come luce sull’intera Famiglia Ospedaliera, pena un’omologazione che, al di là dei proclami e delle buone intenzioni, finisce per appiattire tutti e fa dissecare la pianta che si rivela per quello che è: un grande albero dei sogni.


Papa Benedetto XVIImpariamo da san Francesco il comportamento del radicalismo evangelico”. E’ l’esortazione rivolta da Benedetto XVI ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro in un’udienza generale.
 
La sua vita è un “eccomi” alla “chiamata” di un radicalismo evangelico.

Da ciò deduco che la vera postmodernità di Giovanni di Dio è nel Vangelo. Penso a Francesco: quest’uomo di Dio che non aveva nessuna intenzione di dare vita ad un ordine religioso, vede crescere a dismisura i suoi fratelli. Umanamente verrebbe da gridare al successo. Purtroppo a questo successo è corrisposta da subito una diminuzione del livello di spiritualità e della volontà di sacrificio. Da subito sono iniziate divergenze e divisioni sul significato del carisma. Che Francesco che ne abbia sofferto molto, ci è testimoniato dalla Regola non bollata rispetto alla Regola bollata. Un esempio: In quella non bollata si afferma: “Coloro che per divina ispirazione vogliono andare a vivere fra i saraceni o altri infedeli vadano, e il superiore non li fermi”. Nella Regola bollata del ’23, è il contrario: “possono andare solo coloro che il superiore (ministro) pensa siano adatti”.

San-Pio-V-approva-lOrdine-di-San-Giovanni-di-Dio-lunetta4v4d2166A me par di capire che Giovanni di Dio, più che a dar vita ad un ordine religioso, pensasse a un progetto aperto a uomini e donne, uguale e parallelo, contemplativi nell’azione come lo erano stati Gesù, Maria e gli Apostoli. Ma dopo la sua morte, tutto ha preso un’altra piega che il De Castro, vent’anni dopo  registra in questi termini: “Avendo, perciò, nostro Signore suscitato un Ordine, con grande misericordia, si prefigge quest’unico fine e lo attua solo per amor suo con la dovuta carità... (Cap XXIII)-

Oggi, per sopravvivere, frati e laici sono chiamati a gareggiare in radicalismo evangelico. Il resto viene da sé. La carità quindi è l’unica cosa che vale per se stessa, ha ragione di fine e qualifica l’esistenza umana. I carismi invece, e tra essi anche il matrimonio e la verginità, hanno valore strumentale. Sono dunque mezzi per raggiungere la carità. Paolo scrive ai Corinti che “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7). E precisa: parlare in lingue, avere il dono della profezia, fare miracoli grandiosi fino a trasportare le montagne, avere doni di assistenza per aiutare i poveri fino al sacrificio della propria vita non giova a nulla se uno non ha la carità (1 Cor 13,1-3).

Questo è il punto dolente, sia ai tempi di Paolo che ai nostri: oltre ai carismi vi è “un cammino” molto più eccellente che devono seguire i discepoli di Cristo: Vi mostrerò una via migliore di tutte (1Cor 12,31: 13,1-13). La carità non si oppone, né tanto meno elimina i carismi. Al contrario la carità ne è come l’anima, il sangue: gli comunica vita, li rende fecondi, ed autentici.

Paolo suppone che un cristiano che possegga in sommo grado il carisma di assistere gli altri fratelli, di modo che, per aiutare il prossimo, egli dia non solo il superfluo, ma tutti i suoi averi. Per di più, pensa a qualcuno che offra se stesso alle fiamme come segno di coraggio e fedeltà. Ciò nonostante, se in quest’uomo non ci fosse carità, la sua donazione fino al martirio non gli servirebbe a niente.

L’”inno alla carità” che Paolo ha lasciato in testamento all’umanità in 1Cor 13, è un brano straordinario tramite il quale l’Apostolo ha voluto comunicare l’insegnamento fondamentale della morale cristiana. E’ questo il chiodo da battere con insistenza se si vuole evitare che l’ospitalità diventi un luogo comune.

E’ significativo che San Giovanni di Dio la eserciti in modo mirabile, fino a consumarsi, e non ne parli mai. Il suo convincimento invece è un altro: “Abbiate sempre carità , perché dove non c’è carità non c’è Dio, anche se Dio è in ogni luogo” (Lett. a Luigi Battista). Come a dire che sopra ogni cosa c’è l’amore, c’è la donazione. E firma questa lettera con una suggestiva autodefinizione evangelica e paolina: “Il fratello minore di tutti, Giovanni di Dio…schiavo di nostro Signore Gesù Cristo, desideroso di servirlo. Amen Gesù“. Questa è corrente ad alta tensione. 

L’inno, che andrebbe memorizzato e declamato ogni giorno, consta di tre strofe:

  • la prima espone la superiorità e la necessità della carità (cfr. 1Cor 13,1-3),
  • la seconda tratta delle opere della carità (cfr. 1Cor 13,4-7),
  • la terza esalta la perfezione e la durata eterna della carità (cfr. 1Cor 13,8-13). 

AmorePaolo terminando esclama: possedete la carità (14,1a). Si deve cercare la carità, meglio, si deve inseguirla fino a raggiungerla, dato che è l’ unica cosa necessaria e indispensabile.
Questa “carità-amore”, anima dei carismi, è necessaria perché questi ultimi si esercitino liberamente, ma con ordine, per edificare realmente la comunità cristiana.

Viva, dunque, l’ospitalità. Ma oggi la “confusione” è tanta e l’incognita del fallimento sempre in agguato, che  giocare con gli specchietti per le allodole è il contrario del radicalismo evangelico.

1-Pictures181-001San Riccardo Pampuri22Anche il convertito Giovanni di Dio ha provato a chiedersi che cos’è l’amore, cosa significhi amare. Lì per lì, come accade a tutti noi, è rimasto esitante, perché l’amore non si vede. Ma gli son bastate due righe del Vangelo di Giovanni per laurearsi in teologia :

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede il lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).

Davanti a una questione di vita o di morte, il Cielo gli si squarcia e un raggio di Sole lo penetra.

La folgorazione: l’amore non si vede ma si può toccare con mano perché esistono i frutti e quelli si vedono. Ergo, l’amore esiste.1-Cielo 2

Ha capito che più semplice di così Dio non poteva essere. Ha compreso che il Tutto può stare nel frammento di un umilissimo verbo: il verbo DARE. Così, a quarantacinque anni, nella sua sua testa pianta tre cunei:

  • – Dio ha tanto amato
  • – Dio ha tanto amato il Mondo
  • – Dio ha tanto amato da dare il suo Figlio.

L’illuminazione sta qui. E’ come se lo Spirito gli avesse detto: Va’ e anche tu fa’ lo stesso. E lui andò. Gioiosamente.

Così la spiritualità di questo Patriarca è riassumibile in uno strano verbo, solo apparentemente irregolare, che si lascia coniugare in questo modo: AMARE voce del verbo DARE.

San Giovanni di Dio 31Parole umane per dire DIO-Padre-Figlio-Spirito. Posto in questi termini, certo che l’amore si vede. Eccome!

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PAOLO AI CORINTI

INNO ALL’AMORE1-Collage131-001

 

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