STORIA DELLA MEDICINA PER IMMAGINI

 

Storia-della-medicina-per-immagini Fabio Cavalli
Breve storia della medicina Antichità e Medioevo
Anno Accademico 2013 /2014
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Introduzione
Cornelio A. Celso, enciclopedista romano del I secolo d.C., viene considerato il primo storico della medicina. Nel Proemio della sua opera più celebre, il De re medica, Celso riepiloga la storia della medicina dalla guerra di Troia fino ad Asclepiade mostrando come la medicina degli antichi non solo mantenesse integra tutta la sua validità, ma che alcuni aspetti della medicina a lui contemporanea ed in particolare quelli che contraddicevano gli assunti antichi (quelli di Ippocrate, ad esempio) erano senza dubbio deteriori rispetto a questi ultimi.
Cinque secoli prima il medico greco Ippocrate, nel suo Sulla Medicina Antica, ipotizzava che la nascita della medicina (e della gastronomia, sua parente strettissima) fosse coincisa con l’uscita dell’uomo dalla “ferinità”, ovvero dallo stato di natura. Secondo Ippocrate l’adozione di un’alimentazione diversificata tra sani e malati, ovvero un’alimentazione consapevole dello stato di salute, sarebbe stato il passo fondamentale per la civilizzazione dell’umanità. Medicina (e alimentazione) come cultura e non semplicemente come bisogno naturale. Ma per Ippocrate l’alimentazione degli “antichi”, ovvero la medicina antica, era ancora valida ai suoi tempi: bisognava solo apportare qualche correttivo, qualche adattamento, magari rivedendola attraverso i nuovi strumenti forniti dalla speculazione filosofica sull’archè, ovvero sulla Natura, oppure attraverso la speculazione sulle nuove e più frequenti malattie presenti nella società del suo tempo.
In Ippocrate e in Celso, quindi, non c’è la pretesa che la medicina a loro contemporanea sia migliore o peggiore di quella dei predecessori: questo atteggiamento sarà proprio anche dei medici del medioevo e della prima età moderna, a significare come non fosse ancora diffusa l’idea di una evoluzione della medicina ma piuttosto la consapevolezza di un suo adattamento ai problemi peculiari di quel preciso momento storico.
Ben diverso sarà invece l’atteggiamento degli storici della medicina, specialmente di formazione medica, del XX secolo: su una scia erroneamente evoluzionista, gli storici del ‘900 e specialmente della prima metà del secolo decantarono le magnifiche sorti / e progressive della medicina moderna, capace ormai di sconfiggere tutte le malattie del passato. Il fatto che la medicina a loro contemporanea non fosse riuscita a debellare, se non parzialmente, le malattie principali del proprio tempo è stato sottaciuto o fideisticamente rimandato ad un futuro certamente prossimo, radicando la convinzione che i medici del presente sono gli unici medici scientifici e quindi ben superiori ai medici del passato, visti quali esercenti, spesso fraudolenti, di un’arte ben poco scientifica e quindi ben poco efficace. Ad esempio il medico e storico inglese Charles Singer (1876-1960), considerando la storia della medicina come strettamente correlata con la storia della scienza e con quella della biologia in particolare, rigettò in blocco la medicina del passato.
In Italia l’influenza crociana prevalente nella formazione scolastica della classe medica del primo e dell’immediato secondo dopoguerra ha portato ad un certo salvataggio della medicina d’epoca classica,
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salvataggio dovuto probabilmente ad esigenze d’immagine tutte italiani mentre una triste sorte ha colpito la medicina d’epoca medievale considerata mera superstizione o, al meglio, ciarlataneria, tant’è che ancora oggi si attende una storia “scientifica” della medicina medievale da parte di un autore italiano.
In queste pagine viene promossa l’idea unificatrice degli storici della medicina che mi hanno preceduto di qualche secolo, sostenendo che la medicina mette assieme il lato biologico con quello antropologico e sociale dell’uomo. In altre parole la medicina (d’ogni tempo e d’ogni latitudine) è efficace perché contribuisce a mantenere lo stato di salute e a curare i malanni di quella determinata società. In estrema sintesi, ogni società costruisce la propria medicina.
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LA PREISTORIA
Il nostro percorso inizia dalla Preistoria. Generalmente le Storie della Medicina iniziano dal mondo greco dopo la discussione filosofica sulla Natura del VI secolo a.C. e, praticamente, con la figura di Ippocrate, anche se qualche autore si spinge “coraggiosamente” indietro alla cosiddetta medicina omerica (che di fatto non esiste) con un cenno alla medicina degli Egizi, ma solo allo scopo di fornire un antefatto alla medicina greca d’epoca classica. Qui invece partiremo dalla Preistoria e soprattutto dal Neolitico, periodo nel quale si formarono delle società strutturate molto più complesse delle bande dei cacciatori-raccoglitori presenti nell’epoca precedente e dove, grazie all’agricoltura e all’allevamento, l’umanità dovette fare i conti con qualcosa di nuovo, ovvero la diffusione delle malattie infettivo-parassitarie, contro le quali una società non molto numerosa come quella dei villaggi neolitici dovette necessariamente elaborare delle strategie efficaci per non soccombere. Queste strategie sono esattamente quello che noi comunamente intendiamo come medicina.
La ricca e stabile civiltà greca del VI secolo poteva permettersi una discussione filosofica sulla Natura e quindi possiamo essere d’accordo (anche se con qualche riserva) con coloro che affermano che in quel periodo si formò il pensiero medico occidentale. Ma la medicina è sia pensiero che prassi e noi non siamo così sicuri che in epoche ben più remote di quella di Ippocrate o della “scuola” di Cnido mancasse una prassi ed una teoria medica. Anzi, a ben guardare, alcuni indizi sembrerebbero affermare il contrario.
Il Paleolitico
Il Paleolitico ebbe inizio circa 2 milioni di anni fa ed è il periodo durante il quale l’uomo ha lentamente imparato a produrre, accumulare e trasmettere saperi, tecniche e strumenti per adattarsi all’ambiente e trasformarlo.
L’uomo ha imparato ad accendere e usare il fuoco, a confezionare vestiti, a manipolare materie prime per trasformarle in cibo, a lavorare pietra e legno per ottenere utensili, a perfezionare i sistemi di comunicazione verbale.
Verso la fine del Paleolitico, durante l’ultima glaciazione, si hanno esempi di forme di “religiosità” o perlomeno forme di rappresentazione simbolica (e magica) del mondo reale assieme ad una cura sempre maggiore per la sepoltura dei morti.
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La società del Paleolitico è composta da bande di cacciatori-raccoglitori formate da poche decine di soggetti in continuo spostamento alla ricerca di nuove nicchie ecologiche ricche di frutti e selvaggina, con un’economia basata sul prelievo e non sulla produzione di beni. Più tardi e in maniera sporadica, bande imparentate tra loro iniziarono a costituirsi in clan che professavano una discendenza comune (totem).
La banda / clan è una società di tipo egualitario nel senso che manca di stratificazione sociale, di preminenza formale di un individuo per nascita o per scelta e di controllo dell’informazione o delle decisioni per conto di qualcuno. Il ruolo di preminenza non è comunque formalizzato e si acquisisce con la personalità, la forza, l’intelligenza o l’abilità a combattere. Nella banda o nel clan le risorse sono egualmente distribuite.
Alla fine dell’ultima glaciazione (glaciazione di Würm) si assiste ad una mutazione dei territori: circa 14.000 anni fa i ghiacciai si ritirarono verso nord lasciando posto a foreste, laghi ed acquitrini; in Africa il Sahara, ricco di vegetazione, si trasformò in deserto mentre il Vicino Oriente fu interessato ad un clima più mite con precipitazioni stagionali che favorirono la crescita di cereali e legumi spontanei. Questa nuova fase viene da molti indicata come Mesolitico e trova espressioni molto diverse dal punto di vista geografico: di fatto nelle zone dove si poterono formare gruppi umani stanziali dediti all’agricoltura se ebbe rapidamente il passaggio a quella fase culturale nota come Neolitico. In pratica si passa dalla civiltà paleolitica a quella neolitica laddove si può documentare il passaggio della società composta da cacciatori-raccoglitori a quella di agricoltori.
Dal punto di vista della medicina, intesa come strategia per il mantenimento dello stato di salute e come correzione delle sue alterazioni, nulla ci è dato sapere, perlomeno al momento attuale delle nostre conoscenze né tantomeno se fossero esistite figure specializzate in qualche modo riconducibili alla figura del medico. D’altronde sono anche abbastanza scarse le notizie che abbiamo a riguardo della dieta e dei suoi cambiamenti nel corso dei quattro milioni di anni di evoluzione degli ominidi, tenendo conto che a dieta è strettamente legata al mantenimento dello stato di salute. I siti archeologici anteriori a 10.000 anni fa sono rari e molti dei manufatti che erano presenti al tempo di formazione del sito sono scomparsi nel tempo. I residui organici di pasti, che sono tra le nostre migliori evidenze della paleodieta, sono altrettanto molto rari. Altrettanto dicasi per le piante, anche se l’archeobotanica ci può fornire un contributo importante. Possiamo supporre, basandoci sui cambiamenti della morfologia cranica, come ad esempio la gracilizzazione della mandibola e l’aumento della capacità cranica, un aumento nel tempo del consumo carneo della linea Homo. D’altronde anche i manufatti litici di questo periodo indicano l’importanza della caccia e della macellazione. Inoltre il dosaggio degli isotopi stabili di Carbonio e azoto nei resti ossei di soggetti del Paleolitico superiore e del mesolitico indicano un consumo importante di
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carne animale, come d’altra parte sembra logico, in una società dedita sostanzialmente alla caccia e alla raccolta di piante spontanee.
Il Neolitico
La datazione al radiocarbonio di resti biologici vegetali da siti preistorici ci indica che almeno dall’8500 a.C. nella Mezzaluna Fertile si iniziano a domesticare il grano, i piselli e l’olivo, mentre qualche secolo dopo si iniziano a domesticare pecore e capre. La domesticazione del riso e del miglio risale in Cina intorno al 7500 a.C. mentre il mais, i fagioli e la zucca e il tacchino vengono domesticati a partire dalla metà del IV millennio a.C.
In Europa a partire dal 6000 a.C. si hanno testimonianze del passaggio dalla civiltà mesolitica alla coltivazione e all’allevamento, anche se di specie già domesticate precedentemente nel vicino oriente. A queste fanno eccezione l’avena ed una pianta psicotropa: il papavero (Papaver Somniferum), che era una pianta spontanea delle coste mediterranee occidentali.
A questo periodo risale la domesticazione dell’asino e del gatto in Egitto mentre nella valle dell’Indo la domesticazione del sesamo, della melanzana e dei bovini asiatici avvenne circa un millennio prima.
Per meglio svolgere i lavori agricoli le società neolitiche cominciarono a strutturarsi in villaggi, posti generalmente in prossimità di una sorgente d’acqua o lungo le rive o alla foce di un fiume dove il terreno fosse più facile da lavorare e potesse essere irrorato da regolari esondazioni.
La struttura sociale era generalmente quella della tribù, composta da alcune centinaia di individui provenienti clan, ovvero da gruppi con parentele riconosciute. Il sistema di governo era ancora informale ed egualitario e non prevedeva classi. La specializzazione era minima: mancavano artigiani a tempo pieno ed ogni adulto in grado di farlo (incluso il capo villaggio) partecipava alla raccolta, alla caccia o alla conservazione del cibo. All’interno del villaggio esistevano in genere aree comuni per lo stoccaggio delle derrate alimentari o per la sepoltura dei defunti.
La diffusione delle malattie infettive
Rispetto alle bande nomadi dei cacciatori-raccoglitori paleolitici, i villaggi neolitici (e successivamente le grandi città-stato) erano caratterizzati da una maggiore densità di popolazione per sopperire ai bisogni dell’agricoltura. Inoltre la domesticazione e l’allevamento comportarono una maggiore vicinanza tra
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uomini ed animali con ovvi problemi di smaltimento degli escrementi che, tra l’altro, venivano accumulati per servire da concime per i campi.
Bisogna tenere conto che le sette malattie infettive più letali della nostra storia recente (vaiolo, influenza, tubercolosi, malaria, morbillo e colera), seppure al giorno d’oggi esclusivamente caratteristiche della specie umana, derivano dall’evoluzione di malattie infettive animali. Inoltre le caratteristiche epidemiologiche della maggior parte delle malattie infettive e parassitarie si sviluppano più facilmente in sistemi promiscui uomo-animale specialmente se è presente contaminazione degli alimenti con le feci (diffusione oro-fecale). Le tecniche di irrigazione e piscicoltura, inoltre, facilitano la diffusione di molluschi vettori dalla schistosomiasi alle fasciole, che possono infilarsi nella pelle di chi si bagna a lungo in acque contaminate. Senza contare che il disboscamento produce un habitat ideale per lo sviluppo della zanzara anofele, vettore della malaria e che lo stoccaggio di granaglie e più generalmente gli insediamenti agricoli attirano i roditori, anch’essi veicoli di malattie diffusibili. Malattie di questo tipo dovevano essere quasi del tutto sconosciute alle bande di cacciatori – raccoglitori che conducevano una vita nomade e che regolarmente abbandonavano i propri accampamenti (e i loro escrementi) ed avevano un contatto meno quotidiano con gli animali se non con quelli selvatici e di aree sempre diverse. Inoltre il cambiamento di alimentazione, sempre meno carnea e più basata sui cereali specie quelli minori (miglio e sorgo), comportarono l’insorgenza di carie ed in genere di malattie dell’apparato masticatorio. Si osserva anche una incidenza molto maggiore, rispetto ai cacciatori-raccoglitori, di malattie degenerative dell’apparato scheletrico ed osteoarticolare, dovuto al gravoso lavoro di coltivazione e raccolta. Insomma gli agricoltori neolitici avevano una minore speranza di vita rispetto ai colleghi cacciatori ed inoltre erano funestati da malattie epidemiche e degenerative.
Qualcuno può chiedersi se la scelta del modello agricolo sia stata una scelta vincente per l’uomo, ma è evidente che questo modello permetteva un minor rischio di “catastrofe alimentare” e quindi una maggiore capacità riproduttiva. D’altronde la sedentarietà permetteva lo sviluppo di nuove tecnologie e di nuove strategie per arginare la diffusione delle malattie, ovvero delle forme idonee di medicina.
Non sappiamo ovviamente come questa medicina primitiva fosse amministrata né le strategie terapeutiche, che probabilmente erano diverse a seconda della geomorfologia degli insediamenti e quindi della prevalenza dell’una o dell’altra malattia. Sta di fatto che pochi millenni dopo, nelle grandi città-stato, troviamo testimonianze di una classe specializzata di operatori della sanità che, ovviamente, doveva far fronte alle stesse crisi del mondo neolitico ma amplificate dalla maggiore densità abitativa.
L’epoca dei metalli
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Le tecniche della lavorazione dei metalli, dapprima del rame e delle sue leghe (rame arsenicato e bronzo) poi del ferro, sono fenomeni che appaiono tra V e III millennio in alcune aree del pianeta e sono generalmente appannaggio di tribù specializzate che migrano in cerca di giacimenti.
Il periodo dei metalli, che si incrocia da una parte col tardo neolitico e con la nascita delle civiltà delle città-stato della Mezzaluna Fertile e la nascita della scrittura, dall’altra con gli insediamenti più tardi in Europa legati a ondate migratorie di indoeuropei, è difficilmente inquadrabile nel processo storico della medicina, anche se dobbiamo pensare che le guerre omeriche si possono collocare in una società eneolitica (del bronzo) mentre gli Egizi possono,al loro apparire, essere considerati una civiltà neolitica che si affaccia alla storia come la civiltà ugaritica o le civiltà del Vicino Oriente.
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La medicina nella Mezzaluna Fertile
Verso la fine del Neolitico si assiste alla trasformazione, nel Vicino Oriente, dei villaggi sorti nei territori più fertili in insediamenti strutturati sempre più grandi, ovvero in vere città in cui la popolazione svolgeva attività economiche diversificate. La produzione di eccedenze derivanti dall’agricoltura e dall’allevamento permetteva agli abitanti di dedicarsi all’artigianato ed al commercio fornendosi così di una nuova struttura sociale che superasse la semplicità della chifferie della società di villaggio e tenesse conto delle nuove funzioni economiche, politiche e religiose attraverso la redistribuzione del lavoro e la differenziazione sociale. Questa rivoluzione urbana ebbe la sua piena fioritura durante la seconda metà del IV millennio nella Mezzaluna Fertile, ovvero nell’area compresa tra l’alto corso del Nilo, le terre del Mediterraneo Orientale e la pianura della Mesopotamia. Il fenomeno si estese anche più ad Oriente, fino a comprendere le due sponde settentrionali del Golfo Persico. E’ da notare come all’epoca in queste zone la situazione climatica fosse diversa dall’attuale, per cui la zona dell’attuale Iran orientale era traversata da corsi d’acqua navigabili e quindi ricca di terreni fertili capaci di promuovere fenomeni di urbanizzazione.
MESOPOTAMIA
I greci chiamarono Mesopotamia la regione del Vicino Oriente compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate, che scendono dai monti del Tauro e corrono paralleli per unirsi vicino alla foce nel Golfo Persico. Abbiamo già visto il contributo di questo territorio della Mezzaluna Fertile nella domesticazione di animali e piante a partire dal IX millennio.
La civiltà mesopotamica propriamente detta inizia con le immigrazioni dei Sumeri la cui provenienza resta ancora incerta (forse provenienti dall’altopiano iranico o, meno probabilmente, dall’India) che si insediarono nella parte meridionale della regione. L’ordinamento politico dei Sumeri era basato sulle città stato, ognuna delle quali retta da un re-sacerdote. Nel III millennio i Sumeri “inventano” una forma grafica per registrare i movimenti delle merci dai magazzini cittadini: la scrittura, che verrà rapidamente adottata da altri popoli del Vicino Oriente. Dopo la metà del III millennio la società sumera entra in crisi con l’arrivo degli Accadi, un popolo di origine semita che occupava le terre del medio corso del Tigri. Il territorio venne unificato da Sargon il Grande nel 2380 a.C. Nel 2150 l’impero Accadico subì una precoce eclissi da parte di popoli delle
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alture settentrionali, i Gutei che un secolo dopo furono a loro volta cacciati dai Sumeri signori di Ur sino a capitolare definitivamente sotto gli Amorrei che all’inizio del II millennio dettero vita a nuove città stato indipendenti tra cui Babilonia, sorta sulle rive dell’Eufrate, nella parte meridionale della Mesopotamia. Sotto la guida di Hammurabi (1792-1750 a.C.) Babilonia divenne la capitale di un vasto impero che si estendeva dal Golfo persico ai territori settentrionali del Tigri e dell’Eufrate.
Dopo la morte di Hammurabi la Mesopotamia fu devastata da ripetute scorrerie tra cui quella degli Ittiti, passando poi sotto il dominio dei Cassiti, provenienti dall’Iran per circa quattro secoli.
Il crollo dell’Impero Ittita, posto nel vasto altipiano anatolico ed attivo nel contrastare la spinta espansionistica mesopotamica ed egiziana, attorno al 1200, favorì l’ascesa degli Assiri, popolazione dapprima attestata nelle zone dell’alto Tigri e che ampliarono i confini dell’Impero sino al Mar Nero, espandendosi successivamente verso la fenicia, la Palestina, Cipro e l’Egitto. La capitale dell’Impero fu trasferita a Ninive, dove fu creata una ricchissima biblioteca che conteneva tutto il sapere del tempo. Nel 539 l’Impero cadde sotto la dominazione persiana.
La medicina
I più antichi sigilli di medici professionisti risalgono al 3000 a.C. . Nel codice di Hammurabi, databile all’inizio del II millennio, sono contenute precise disposizioni su come un medico dovesse essere ricompensato (o punito) per le sue prestazioni professionali. Grazie a questo testo e una serie di circa 30000 tavolette compilate da Assurbanipal (669-626 a.C.), provenienti dalla biblioteca di Ninive si è potuta intuire la concezione della salute e della malattia in questo periodo, così come pure le tecniche mediche.
La medicina mesopotamica era sostanzialmente di tipo religioso ed empirico e la malattia veniva considerata come un castigo inviato dalla divinità, per cui il medico si doveva districare tra qualche migliaio di demoni utilizzando sistemi di mantica e divinazione, tra cui l’osservazione degli astri. Anche la terapia non sfuggiva a questa logica: il malato doveva necessariamente ingraziarsi la divinità o esorcizzare il demone responsabile attraverso esorcismi, preghiere ed offerte. Comunque il medico disponeva di un consistente armamentario di tipo farmacologico: ci sono pervenute notizie su circa duecentocinquanta piante curative oltreché su alcuni rimedi minerali o di origine animale riportate negli elenchi delle tavolette di Ninive. Formalmente la terapia aveva il compito di liberare il corpo dalla possessione demoniaca. La chirurgia era prevalentemente
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limitata al trattamento delle fratture e delle ferite, anche se l’odontoiatria conosceva la protesica e la cura delle carie mediante piombaggio.
L’apprendimento e la pratica della medicina era appannaggio della classe sacerdotale, anche se, probabilmente, medici ‘laici’ esistettero sin dai tempi più antichi. I sacerdoti che non si dedicavano esclusivamente al culto sacrificale e alla preghiera esercitavano la mantica e la divinazione (i Baru) mentre altri, gli Ashipu, praticavano esorcismi e scongiuri. Accanto a queste figure c’era il medico – sacerdote (asu). Di un livello sociale inferiore, i gallabu effettuavano semplici operazioni chirurgiche (come estrazioni di denti, drenaggio di ascessi, flebotomie).
EGITTO
La valle del Nilo era abitata, in origine, da popolazioni migrate dopo la desertificazione dei territori circostanti. Intorno al 3185 a.C. l’Egitto viene unificato da Narmer (tradizionalmente indicato come Menes) che fonde insieme i due regni preesistenti dall’Alto e Basso Egitto. In questo modo l’Egitto diventa uno Stato unitario, di fatto il primo della storia, con a capo un unico sovrano: il faraone. La principale ricchezza dell’Egitto era l’agricoltura, dato che le sponde del Nilo erano particolarmente fertili grazie alla sua esondazione periodica mentre di minore importanza erano artigianato e commercio. La società egizia aveva una struttura fortemente gerarchizzata di tipo piramidale dove all’apice era situato il faraone, monarca teocratico, con il suo apparato di funzionari e ministri di culto, mentre alla base, superiori solo agli schiavi, stavano contadini ed operai.
Gli eventi storici dell’Egitto sono piuttosto complessi: per comodità si distinguono otto fasi che vanno dall’unificazione di Menes sino alla conquista assira di Tebe nel 663 a.C.
– L’Antico Regno (3185 – 2150 a.C.), lungo periodo di pace e sviluppo economico e sociale che vide consolidarsi il potere di Menfi, presso il delta del Nilo, come capitale e in cui sorsero le grandi tombe faraoniche a forma di piramide. La crisi del periodo avvenne attorno al 2230 con l’indebolimento del potere dei faraoni dovuto ad abusi di potere e susseguenti rivolte, crisi che portò al cosiddetto primo Periodo intermedio che terminò nel 2040 con il
– Nuovo Regno, periodo nel quale il potere dei faraoni si consolida nuovamente. La capitale fu spostata a Tebe e vennero annessi nuovi territori quali la Nubia e la Palestina. Viene interrotto dall’invasione degli Hyksos del 1750, popolo asiatico che per la prima volta nel mondo occidentale porta il cavallo ed il carro da guerra. Inizia così il secondo Periodo Intermedio, durato circa 200
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anni, dopo il quale l’Egitto riesce a recuperare l’unità territoriale scacciando gli Hyksos dando inizio al
– Nuovo Regno (1540-1070 a.C.). Rappresenta l’ultimo periodo di splendore dell’Egitto durante il quale vennero eseguite opere monumentali quali i templi Karnac e Luxor. I confini dell’Egitto si estesero alla Siria a nord e all’Etiopia a sud. I tentativi di espansione verso la Mesopotamia portarono allo scontro con gli Ittiti.
– La Decadenza (1070-663 a.C.) caratterizzata dalla pressione dei Popoli del Mare. Il lungo impegno militare e la mancanza di sovrani energici e capaci portarono l’Egitto al declino, fino alla conquista assira da parte di Assurbanipal. L’Egitto rimarrà sotto il controllo, successivamente, dei babilonesi e dei Persiani, fino all’annessione nell’Impero di Alessandro Magno.
La medicina
Nella fase più arcaica la medicina egizia è prerogativa sacerdotale ed è di fatto una medicina di tipo sapienziale. Diversamente dalla medicina di altre civiltà antiche, la medicina egiziana è una pratica di tipo colto ed il ruolo della magia, pur presente, è limitato a qualche invocazione alle divinità. I medici hanno una struttura fortemente gerarchizzata con al vertice il medico personale del Faraone. A lui sono sottoposti i medici del palazzo reale, uno dei quali è il coordinatore di tutti gli altri. Seguono gli ispettori dei medici, poi alcuni medici meno importanti, e infine i medici “di base”. Questa strutturazione gerarchica appare comunque tipica delle società rette da un capo/re/sacerdote: nella Bisanzio imperiale, ad esempio, la struttura sanitaria sarà gerarchizzata in modo simile. Interessante, tra l’altro, la divinizzazione, attorno al 2700 a.C. di Imhotep, architetto e medico, che diventa in questo modo un “dio culturale” a cui i medici fanno riferimento: vedremo come nella Grecia arcaica qualcosa di analogo succederà ad Asclepio a cui, tra l’altro, Imhotep verrà associato in periodo alessandrino.
Significativa e copiosa è la letteratura medica tramandata dai numerosi papiri egiziani che ci sono pervenuti. Le fonti principali sono rappresentate dal papiro Ebers (1500 a.C. circa) ed dal papiro Edwin Smith, a cui si affiancano i papiri di Kahoun, Hearst, Berlino, Londra, ed altri frammenti minori.
Il Papiro Ebers è un lungo rotolo databile alla XVIII dinastia e più precisamente al regno di Amenothep I. Il testo, che per le sue caratteristiche potrebbe essere molto più antico, è scritto in ieratico e contiene, oltre ad un copioso ricettario, da un trattato sui vasi sanguigni che pone il
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cuore come responsabile del polso e al centro di una complessa rete di vasi che portano nutrimento alle membra. I rimedi per le malattie prevedono spesso un rituale che associa alla somministrazione del farmaco la recitazione di preghiere e scongiuri.
Il Papiro Smith è dedicato alle lesioni e contiene un testo sicuramente dall’Antico Regno (2500 circa) anche se il papiro fu compilato all’inizio del Nuovo Regno (1540 ca.). Anch’esso scritto in ieratico, comprende 49 osservazioni presentate in ordine topografico discendente (dal capo ai piedi) riguardanti la chirurgia delle parti molli e la traumatologia.
Da queste fonti veniamo a conoscere molti aspetti della pratica medica egizia oltreché i presidi farmacologici a disposizione del medico. Il papiro Ebers contiene circa novecento ricette dedicate alla cura delle più svariate malattie: un’analisi di questo armamentario farmaceutico ci mostra, come d’altronde abbiamo accennato a proposito della medicina preistorica, una notevole conoscenza delle proprietà delle piante medicinali.
Il medico visita il malato in tre fasi: ispezione dove valuta aspetto del paziente, stato di coscienza, potere uditivo, odore, secrezioni; semeiotica: misura del polso, temperatura e osservazione delle feci e delle urine; prognosi, ovvero l’affermazione della possibilità terapeutica: nei papiri è generalmente indicata come “è un male che porta inevitabilmente a morte, quindi non curerò”, “è una malattia che potrei curare”, “è una malattia che curerò”. Alla prognosi seguiva, eventualmente, la terapia.
E’ interessante notare come Erodoto, lo storico greco del V secolo a.C. ci informi che i medici egiziani siano divisi in “specialisti” di singole (o gruppi di) malattie: “L’arte della medicina è da loro divisa nel modo seguente: ognuno è medico di una sola malattia e non di più. Ogni luogo perciò è pieno di medici, perché ci sono medici degli occhi, e quelli della testa e dei denti, e quelli delle malattie intestinali e quelli delle malattie nascoste”. (Storie,II, 84).
La medicina egizia, anche nel periodo di decadenza, continua ad essere considerata una medicina particolarmente evoluta ed efficace anche dopo la conquista macedone e la sua ellenizzazione.
Le malattie
Il sistema agricolo egizio, come abbiamo detto, è un sistema di tipo neolitico legato alle regolari esondazioni del Nilo, per cui la maggior parte delle malattie erano di tipo infettivo-parassitario, come si può desumere sia dai papiri medici che dall’analisi paleopatolgica delle mummie. Malattie parassitearie come la schistosomiasi sono descritte nel papiro di Ebers, mentre le mummie ci mostrano evidenze di vaiolo, poliomielite e tubercolosi ma anche di malattie legate al ciclo
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alimentare come la trichiniosi o la cisticercosi. Inoltre, attraverso l’analisi immunologica dei tessuti mummificati si è potuta dimostrare l’esistenza del problema della malaria, evidentemente legata agli di acquitrini formatisi dopo le esondazioni del Nilo e quindi alla conseguente presenza di zanzare vettori.
Interessanti sono le evidenze di patologia dentaria: se la carie non rappresentava un particolare problema (come d’altronde in tutte le civiltà antiche che consumavano pochi alimenti con zuccheri semplici) le dentature egizie sono caratterizzate da forte usura della superficie occlusale dentaria con frequente esposizione della polpa e formazione di ascessi, cisti apicali e fenomeni osteomielitici mascellari e mandibolari. Questo elevato grado di usura dello smalto si può osservare nel caso di masticazione di alimenti particolarmente abrasivi, talora conseguenti ad uso di macine di pietra costruite con materiale poco compatto. Alcuni studi ipotizzano la masticazione frequente di steli di papiro (descritta dal filosofo-botanico Teofrasto nel III secolo a.C.) ricchi di microscopiche particelle di silice (fitoliti).
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La Grecia
Nel Mediterraneo, a differenza della mezzaluna Fertile, il passaggio al Neolitico ed ai suoi successivi sviluppi fu più tardo e prese direzioni differenti, specie nell’organizzazione politica degli insediamenti. La geografia stessa dei luoghi e le possibilità di sfruttamento e di commercio portò alla formazione di civiltà di villaggio talora molto sviluppate ma che non arrivarono mai all’organizzazione delle città-stato mesopotamiche. Anzi, nel periodo più florido della civiltà greca, la prima ad emergere tra i vari orizzonti culturali mediterranei, la città sarà organizzata in modo tale da non avere un re / sacerdote a capo della comunità, ma altresì una oligarchia di tipo terriero.
La civiltà minoica
Il processo di formazione della civiltà greca ebbe origine a Creta nel corso del II millennio: la civiltà cretese o minoica. Intorno al 3200 a.C. le isole dell’Egeo, le coste della Troade e il Peloponneso vengono interessate da un nuovo popolamento proveniente probabilmente dal nord mentre Creta è invasa da popolazioni provenienti, probabilmente, dall’Asia Minore. Verso il 2500-2400 a.C. nella penisola balcanica e nell’Egeo si verificano altri spostamenti: Creta è di nuovo occupata da una popolazione quasi sicuramente di origine anatolica: la memoria di questa invasione resta nel mito che vuole i Troiani originari di Creta (Virgilio, Eneide 3.94). L’età del bronzo coincide con la talassocrazia cretese: vengono costruiti i grandi palazzi di Cnosso, Festo e Mallia composti di vari appartamenti, magazzini, sale e case dei sacerdoti e dei dignitari. Verso il 1700 questi palazzi sono distrutti dall’invasione di altri popoli e da terremoti: nonostante questo vengono ricostruiti e l’isola torna alla precedente fastosità. Tra il 1500 ed il 1450 i palazzi di Festo, Mallia e la villa di Hagia Triada sono definitivamente distrutti da una catastrofe naturale. Verso il 1450 l’isola viene invasa da una popolazione di origine greca: gli Achei, che iniziano la cosiddetta civiltà micenea. Verso la fine del XV secolo un altro disastroso terremoto mette fine alla civiltà micenea di Creta, che peraltro già fioriva nel continente e che rimase viva sino all’inizio dell’XI secolo a.C.
L’organizzazione sociale nel periodo cretese più antico è quella del clan; dopo la distruzione dei primi palazzi si verifica una concentrazione del potere nelle mani di Cnosso, il cui capo, per tradizione, si chiamava sempre Minosse, rappresentante del Minotauro, il dio-toro di cui era re-sacerdote. Al dio-toro in epoca micenea si sostituirà Zeus. La vita socio-economica è accentrata nel
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Palazzo dove fa capo la complicata rete dei funzionari. L’economia dell’isola era basata sull’attività agro-pastorale ma era sviluppato il commercio, specie con l’Egitto.
Interessante l’aspetto religioso, probabilmente da remote origini matriarcali, con il culto di una Dea Madre primigenia, la Pòtnia con varie ipostasi e divinità minori. Con la civiltà micenea si ha la comparsa di divinità che poi andranno a formare il pantheon olimpico: Demetra, Era, Ilizia. Nei testi di Cnosso sono menzionati anche Zeus, Poseidone ed Ares. Nonostante questo, le divinità micenee sembrano lontane da quel processo di differenziazione descritto da Omero.
La medicina
La documentazione relativa desumibile dalle tavolette micenee non forniscono molte notizie a riguardo dell’organizzazione della medicina minoico/micenea: comunque non sembra che la medicina fosse in mano alla classe sacerdotale. La mancanza di documenti specifici rende molto difficile capire il tipo di medicina in uso: da testi egiziani sappiamo che alcuni medicamenti cretesi godevano di un certo prestigio. Vi sono inoltre testimonianze che i Cretesi conoscessero e apprezzassero le sorgenti termali e le acque minerali.
La Grecia Arcaica
Agli inizi del II millennio la Grecia venne progressivamente occupata da popolazioni indoeuropee culturalmente affini agli Ittiti: gli Ioni in Attica e in Eubea, gli Eoli in Tessaglia e Beozia. In seguito ioni ed Eoli si trasferiranno sulle coste dell’Asia Minore. Gli Achei si insediarono nel Peloponneso, creando cittadelle fortificate come Argo, Tirinto e Micene, la più importante e dalla quale deriva il nome di civiltà micenea.
La struttura sociale degli Achei era di tipo tribale, con nuclei insediativi spesso in lotta tra loro e quindi munite di una fortezza nella parte più alta dell’insediamento, l’acropoli, circondata da mura. Sull’acropoli, oltre alla residenza del re, vi erano magazzini per le riserve alimentari e aree pubbliche e sacrali. L’evoluzione dei villaggi fortificati achei va verso la formazione di un’aristocrazia guerriera impiantata su una base produttiva di tipo agricolo e artigianale anche fortemente specializzata come la metallurgia (con produzione di armi di bronzo) e commerci di tipo prevalentemente marittimo. Furono i commerci a spingere gli Achei verso una politica espansionistica verso l’Italia meridionale, le Cicladi, Rodi e l’Asia Minore. In questo contesto colonialista ed espansionistico si colloca la guerra di Troia: la città asiatica rappresentava un ostacolo per i commerci tra l’Egeo e il Mar Nero. Troia venne attaccata e distrutta nel 1250 a.C. da
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una coalizione di principi greci comandata da Agamennone, re di Micene. La vittoria su Troia segnò però il tramonto della potenza achea, sia per l’impegno di risorse economiche ed umane, sia per lo sforzo e i contrasti sorti tra le città per il controllo delle nuove colonie e delle rotte commerciali. Questa situazione favorì intorno al 1200 l’invasione dei Dori, popolazione indoeuropea che si era stanziata da tempo nella valle del Danubio. Micene venne distrutta e molti centri minori vennero abbandonati e gli Achei vennero confinati in una piccola regione del Peloponneso, l’Acaia.
La medicina
Alcuni aspetti del mondo greco arcaico si possono cogliere attraverso i poemi omerici, in cui l’arte della medicina viene mostrata nella sua duplice veste: quella di tipo medico-magico e quella empirico-razionale.
La prima si esplicita attraverso una tradizione che porta a Chirone, il migliore dei Centauri (mostri originari della Tessaglia) descritto come educatore e maestro dell’arte sacra della medicina. Tra i suoi “allievi” il principe tessalo Asclepio, che Chirone istruì “nell’arte dei blandi rimedi” (Iliade IV, 219). Di Asclepio parleremo in un capitoletto a lui dedicato ma qui è interessante notare che tra le file degli Achei militano i due figli dell’eroe tessalo, cioè Podalirio e Macàone, descritti nell’Iliade come “i due buoni guaritori”.
La seconda veste, quella empirico-razionale è rappresentata, questa volta nell’Odissea, dai medici “della stirpe di Pèone” ovvero dai medici dell’Egitto, terra che, a parere d’Omero “produce molti farmaci, molto buoni e, misti con quelli, molti mortali; e ognuno è medico, esperto al di sopra di molti uomini, perché stirpe sono di Pèone” (Odissea, IV, 230-232).
Qualcosa di analogo accade per la causa dell’insorgenza delle malattie: se da una parte sono direttamente inviate da un dio, altrove sono “naturalmente” provocate dagli eventi bellici, quali ferite da taglio o da punta, quest’ultima più spesso dovuta ad una freccia. In questi casi Omero appare accurato nella descrizione del tipo di ferita e nella terminologia adottata, tanto da far pensare non tanto ad Omero come “medico militare” come fantasiosamente ebbe a sostenere Frölich oltre un secolo fa quanto ad una società guerriera in qualche modo permeata dalla medicina e dal suo lessico. D’altronde nell’Odissea i medici sono menzionati all’interno di un elenco di artigiani di valore (Odissea, XVII, 383-385): sono questi i medici demiurgoi che praticano la loro arte per vivere e sono portatori di una tecnica e di un’esperienza lungamente tramandata. In assenza di altre fonti è difficile ipotizzare o meno la presenza di medici itineranti come ci
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saranno invece nel periodo successivo, dopo la conquista dei Dori e il “silenzio” del cosiddetto medioevo ellenico.
La medicina sacrale
Nonostante che, quando parliamo di medicina, ci si riferisca costantemente a quella disciplina codificata che proviene dall’esperienza e da una solida base scientifica, non possiamo ignorare il fatto che l’arte della guarigione (o della salute, a seconda dei punti di vista) possieda due anime, ovvero che esistano almeno due strade parallele che il guaritore può percorrere: una via razionale e “scientifica” (la medicina come la intendiamo nell’accezione comune) e una via sacrale, magica e informale, che noi siamo oggi portati a chiamare “superstizione”. Queste due anime hanno convissuto per millenni ed ancora convivono in alcuni aspetti della nostra società: l’incubatio o l’abluzione nella fonte sacra del mondo antico ha i suoi echi e gran parte dei suoi riti e miti nei treni della speranza verso i grandi santuari o nei luoghi classici della guarigione miracolosa, come Lourdes. E, si badi bene, non si sta parlando di una medicina deteriore, di una superstizione da vecchie beghine, ma di un rapporto diverso tra l’uomo e l’immenso mondo del trascendente, del divino e delle sue manifestazioni nella Natura.
La medicina sacrale viene denominata in vari modi dagli storici: medicina magica, carismatica, superstiziosa, addirittura popolare, come se il popolo, entità astratta ma deteriore nel pensiero di tanti intellettuali, fosse per sua natura cieco e smarrito e usasse favole al posto di quella vera scienza che la Civiltà (il maiuscolo è dell’intellettuale) benignamente ci dona.
A ben guardare le cose non stanno proprio così, altrimenti dovremmo dare dei superstiziosi a quei medici che hanno curato per secoli (e con efficacia) i loro simili senza sapere che il cuore non è il centro del calore vitale ma un organo muscolare specializzato o che ignoravano l’esistenza del DNA. E’ un fatto di statuto epistemologico, il che rimanderebbe a discorsi molto complessi che in questa sede non possono essere fatti se non con un minimo accenno. In pratica, schematizzando molto, la medicina fa parte tradizionalmente delle Scienze della Natura, anche se occupa una posizione singolare: la medicina non è infatti una scienza con uno statuto epistemologico assimilabile a quello delle scienze naturali e sperimentali. Pur servendosi infatti delle conoscenze di numerose discipline quali la fisica, la chimica, la biologia, la genetica, l’anatomia, la fisiologia, e pur adottandone il rigore metodologico, si differenzia da queste perché il suo oggetto non è totalmente misurabile e sperimentabile né vi si possono applicare automaticamente forme di conoscenza ritenute esatte e neutrali. Nessuna scienza è ritenuta oggi neutrale, e meno ancora di
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tutte la medicina, che si muove in una realtà antropologica intrinsecamente etica, refrattaria ad ogni forma di riduzionismo. La medicina s’interessa dell’essere umano come soggetto individuale e personale in una dimensione costitutiva del suo essere, quella reale o possibile, di uomo o donna malati.
Per questa sua caratteristica la medicina scientifica ha potuto convivere, magari talvolta incontrandola, con la medicina di tipo carismatico e informale, per sua natura umanistica e inesatta: se poi la crisi della scienza novecentesca con l’avvento dell’oggettivismo scientistico e della tecnicizzazione pragmatica (e quindi della perdita del lato filosofico della scienza) ha mirato ad eclissare “l’altra medicina” magari inscatolandone gli aspetti utili in discipline più rassicuranti (come ad esempio l’inutile razionalismo dell’omeopatia), questo è un problema diverso e tra l’altro funzionale alle esigenze di una società come quella in cui stiamo vivendo.
Ma abbandoniamo il discorso etico e filosofico, che ci porterebbe troppo lontano e andiamo a vedere di cosa si tratta. Tra l’altro bisogna dire che se lo studio della storia della medicina scientifica occidentale (che poi è il tema del nostro corso) è complesso per i cambiamenti avvenuti nelle varie epoche e per il lungo periodo analizzato, per la medicina carismatica la cosa è molto più semplice dal punto di vista storico quanto enormemente più complessa dal punto di vista antropologico. Più semplice dal punto di vista storico perché “l’altra medicina” ha fenomeni di lunghissima durata tali che possiamo trovare idee e gesti quasi immutati da un millennio ad un altro. Bisogna stare attenti a distinguere il nucleo sacrale della medicina “popolare” dal risultato della sua contaminazione con la medicina scientifica, fatto questo che è presente in tutte le epoche e che vale non soltanto per l’arte della salute. Il nucleo centrale, valido per tutte le epoche e in qualche modo per tutte le culture, è piuttosto semplice e si basa sul fatto che l’uomo ha la possibilità di controllare la Natura attraverso due strumenti fondamentali: l’uso della potenza di un dio o comunque di un’entità trascendente oppure la conoscenza di arcani segreti della Natura stessa capaci di modificarla secondo i voleri dell’operatore. Nel primo caso si ha la preghiera nelle sue varie forme oppure la teurgia (intesa come quell’insieme di pratiche volte a costringere la divinità a assecondare i voleri dell’operatore), nel secondo l’osservazione e la cosiddetta magia naturale, indipendente dalla presenza o addirittura dell’esistenza di una divinità. Qualcuno ha voluto vedere nella magia naturalis l’antenata della scienza moderna ma probabilmente non è così: se la magia naturale assomiglia alla scienza moderna è solo perché indossa un abito simile e porta con sé strumenti simili. Ma l’analogia finisce qui perché il modo di guardare la Natura e i suoi segreti è radicalmente diversa. Infatti da una parte c’è un atteggiamento pragmatico e finalizzato
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(l’obbedienza della Natura al mio volere) mentre dall’altro c’è la ricerca oggettiva della conoscenza, spesso afinalistica.
C’è confusione, a mio parere tra la medicina magico-sacrale e la medicina empirica tradizionale, proprio per il loro diverso ambito di pensiero: nel lavoro dei rizothomai greci non c’è nulla di magico o meglio di teurgico, ma c’è invece il risultato di un’esperienza di terapia empirica di lunghissima durata, cosa ben differente dall’azione terapeutica della incantatio ovvero dei carmi terapeutici, atto realmente magico-cerimoniale in cui la potenza terapeutica è evocata da precisi atti e gesti augurali. D’accordo che ambedue le pratiche sembrano essere estranee alla medicina di base “filosofica” o diremmo scientifica, ma non bisogna dimenticare che il medicamento e il coltello sono presidi terapeutici basati sull’esperienza prima che sulla teoria e che se bisogna aspettare la teoria sistematica galenica per avere una base “scientifica” della farmacologia, quest’ultima non sembra essere altro che una sistematizzazione di un’evidenza terapeutica antichissima.
Tra l’altro, a mio parere, questa suddivisione tra medicina magico-sacrale e medicina “scientifica” è molto più antica rispetto alla discussione in abito greco sulla natura, discussione che viene tradizionalmente considerata il punto di partenza della medicina scientifica. La stesso Ippocrate, nel suo Dell’Antica Medicina ci narra la nascita di un’arte medica come differenziazione dalla culinaria: questa nata per cibare i sani e mantenerli in salute, l’altra per correggere lo squilibrio dato dalla malattia. Quindi secondo Ippocrate nei primordi dell’umanità si assiste alla nascita di una medicina empirica, cioè nata dall’osservazione, come probabilmente avvenne. E’ probabile che il lato magico sia posteriore oppure, stando alla teoria della visione “magica” del mondo dell’uomo preistorico (da verificare peraltro) contemporaneo alla medicina empirica.
Il culto di Asclepio
Asclepio è un re della Tessaglia descritto da Omero che, come abbiamo visto, segnala la presenza dei suoi due figli, Podalirio e Macaone, tra le schiere dell’esercito acheo. Al pari dell’egizio Imhotep, di cui ne diventerà nel mondo alessandrino l’alterità (assieme a Serapione), Asclepio viene divinizzato, seppure dopo il VI secolo, quale dio taumaturgo a cui dedicare templi che fungano da centri dove l’autorità del dio si incroci con l’esercizio di una medicina di tipo sapienziale gestita dalla classe sacerdotale. Prima di allora Asclepio è venerato come eroe culturale, archetipo della figura del medico ‘senza menda’ e di cui si dichiareranno discendenti le famiglie di medici itineranti che tra VIII e VI secolo cercheranno di stringersi in una corporazione
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per ottenere un riconoscimento della loro professionalità. La figura del medico itinerante è tipico di una cultura di villaggio, come doveva essere quella della Grecia arcaica della tarda età del bronzo, in cui la divisione della produzione probabilmente riguardava esclusivamente i beni materiali, lasciando l’amministrazione della salute o a figure carismatiche di villaggio o a “professionisti” itineranti che esercitavano la medicina dopo averne apprese le tecniche attraverso la tradizione familiare. Questo tipo di professionista specializzato itinerante è simile ad esempio alle tribù di lavoratori del metallo, che conoscono i segreti della metallurgia e dell’arte fusoria e che possono spostare i propri centri di produzione a seconda dei bisogni. In fondo la medicina è sempre stata considerata un’arte “meccanica” (technè) e, come vedremo, solo in alcuni momenti della storia sarà considerata anche scienza. La divinizzazione di Asclepio come abbiamo visto avvenne nel VI secolo, anche se il culto si diffonde e radica due secoli dopo, in un momento in cui si comincia ad assistere ad una rivoluzione socio-economica nelle città greche. L’incremento demografico dovuto al diffuso miglioramento delle condizioni di vita comincia a complicare sensibilmente la situazione sanitaria. I templi di Asclepio saranno la soluzione all’aumentata richiesta di salute (bene che diventa sempre più prezioso all’aumentare del benessere sociale): strutturati come centri di accoglienza e cura riuniscono in sé l’autorità del dio medico all’empirismo dei suoi sacerdoti (e medici).
Il culto di Asclepio si impone stabilmente ad Epidauro alla fine del VI sec. a.C.. Il santuario era fuori città, collegato a questa da una strada fiancheggiata da statue. Nei portici antistanti aveva sede l’àbaton, dove i malati passavano la notte immersi nel “sonno incubatorio”. Nel recinto si trovava la thòlos, il pozzo sacro dove dimoravano i serpenti sacri al dio e dove i malati lasciavano le tavolette votive. Il malato, dopo un rito di purificazione obbligatorio per essere ammesso al cospetto del dio, dormiva per almeno tre notti nell’abaton nella speranza di essere visitato da Asclepio ed ottenere miracolosamente la guarigione. In caso contrario la cura della sua affezione veniva presa a carico dai sacerdoti del tempio. Bisogna puntualizzare che probabilmente la divisione dei compiti all’interno del personale del tempio doveva prevedere un ruolo distinto tra sacerdote del dio e terapeuta, cioè medico: per Epidauro non abbiamo notizie se non di rari sacerdoti esperti in medicina, il che significa che questa veniva esercitata da medici ‘laici’. Il culto di Asclepio avrà una durata molto lunga: importato a Roma nel III secolo a.C., lo troviamo ben radicato in tutto il Mediterraneo tanto che, in periodo bizantino, il suo culto (al pari di quello di Serapione) passerà senza particolari differenze nella figura di santi taumaturghi quali Cosma e
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Damiano o Artemio .
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La Grecia classica e il fenomeno ippocratico
L’invasione del Peloponneso nel XII secolo da parte dei Dori, popolo di origine indoeuropea, determinò una drastica rottura col passato ed un marcato regresso economico. Il periodo che va dal XII al IX secolo a.C. è noto, per quanto riguarda la Grecia, come “medioevo ellenico” e fu caratterizzato dal ritorno ad una civiltà rurale basata sul villaggio con regressione dell’artigianato e del commercio. I villaggi erano organizzati in senso tribale ed erano retti da un basiléus (di fatto un re-pastore) affiancato dai capifamiglia, gli aristoi, che andranno assumendo sempre maggiore importanza con l’aumentare della loro potenza economica fino alla formazione di nuclei cittadini non retti da un basiléus ma da un consiglio di aristocratici (repubbliche aristocratiche) . Verso la fine del IX secolo, grazie anche all’introduzione di nuove tecniche di aratura e coltivazione si assiste ad un notevole incremento demografico e alla ripresa delle attività commerciali: entra in crisi il modello oligarchico aristocratico con l’avvento di nuove classi sociali quali i contadini-piccoli proprietari, gli artigiani ed i mercanti. Intorno all’VIII secolo la Grecia è dotata di città-stato indipendenti e sovrane, le poleis, regolate da leggi scritte che in qualche modo tentavano di affermare la predominanza dello Stato sull’aristocrazia terriera. Nel frattempo, sia a causa dell’incremento demografico sia a causa delle violente lotte politiche, ebbe inizio la cosiddetta seconda colonizzazione (per distinguerla dalla colonizzazione d’epoca micenea) secondo tre direttrici principali: a nord verso la Macedonia, la Tracia e il Mar Nero, a sud verso il litorale della Cirenaica, a ovest verso le coste dell’Italia Meridionale, della Sicilia orientale, della Francia meridionale del meridione della Spagna. La massiccia espansione coloniale favorì lo sviluppo del commercio e dell’artigianato in Grecia e l’esportazione dei modelli di vita sociale e politica negli insediamenti coloniali, che ebbero una notevole influenza sullo sviluppo delle popolazioni italiche.
Tra la seconda metà del VII e la prima metà del VI secolo si afferma in alcune città quali Atene, Argo, Mileto e in alcune colonie il modello della tirannide come strumento di contrasto dell’aristocrazia e di redistribuzione della ricchezza. Alla fine del VI secolo, dopo il rovesciamento della tirannide, Atene realizzò una profonda riforma della sua costituzione ateniese che segnò la nascita di un modello di democrazia basato sulla drastica riduzione dei privilegi aristocratici, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la libertà di parola nelle assemblee e la titolarità del potere attribuita al popolo (nonostante che i diritti politici restassero riservati ai cittadini maschi
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originari dell’Attica e di Atene). Il modello ateniese, peraltro non fu l’unico modello politico e amministrativo delle città greche: in questo periodo abbiamo una gran parte delle città erano tirannie con una città con un modello legislativo più arcaico, estremamente conservatore e militarizzato: Sparta.
Il ventennio delle Guerre Persiane (499-477 a.C.), dovute al tentativo delle colonie della Ionia di affrancarsi dalla pesante influenza persiana (499 a.C.) comportarono dopo una iniziale crisi economica il consolidarsi dell’egemonia di Atene attraverso la lega Delio-Attica ed una particolare floridezza economica e culturale delle città greche e della stessa Atene, dove raggiunse l’apogeo con l’ascesa al potere di Pericle (460 circa).
La politica imperialista di Atene fece aumentare il malessere tra le poleis alleate e acuì i contrasti con le città che facevano capo alla Lega Peloponnesiaca , tradizionalmente legata a Sparta e che vedevano minacciati i propri interessi dall’espansione politica ed economica ateniese. La guerra scoppiò nel 431 a.C. e durò quai trent’anni , ebbe uno svolgimento molto complesso ma alla fine comportò il tramonto dell’egemonia ateniese sancendo così il primato di Sparta nel mondo greco, primato peraltro di breve durata. Alla fine di questo periodo di guerre fratricide durato circa sttanta anni, le poleis avevano esaurito le loro potenzialità politiche e, nonostante che l’economia greca fosse ancora complessivamente florida, le lotte fra i partiti e gli egoismi esasperati da una cultura basata sul profitto e la ricchezza resero la Grecia facile preda di una società più arretrata dal punto di vista culturale ma più sana dal punto di vista etico e soprattutto fortemente militarizzata come quella macedone.
Ippocrate Per molti storici della medicina (e soprattutto per quelli di impostazione filosofica) la medicina occidentale nasce nell’ambito della discussione ionica sulla Natura, quindi tra VI e V secolo a.C. In effetti, il nuovo assetto sociale ed il benessere economico furono un terreno particolarmente favorevole alla diffusione di discussioni su questioni di natura astratta. Di fatto, tra le coste italiche e quelle dell’Asia Minore, in poco più di un secolo, nacque quel fenomeno di prima elaborazione teorica generale sulla Natura che porterà alla nascita del pensiero scientifico occidentale. Il
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problema, ovvero il limite di questo tipo di approccio alla medicina della Grecia non tiene conto del fatto che, come abbiamo visto, la medicina è una disciplina pragmatica, di cui il lato speculativo o diremmo oggi “scientifico” rappresenta un aspetto importante più per il medico che per la medicina, legata in quanto disciplina pratica ai bisogni e alle peculiarità epidemiologiche e territoriali delle malattia da curare.
Come abbiamo visto la colonizzazione greca delle coste orientali dell’Egeo e dell’occidente italico ebbe delle conseguenze notevoli: l’espansione e l’incremento degli scambi commerciali e delle attività artigianali ed industriali e l’introduzione della moneta favorirono la formazione di una nuova classe di commercianti ed artigiani, che progressivamente misero in crisi il predominio della aristocrazia terriera conservatrice, riuscirono a promuovere una redistribuzione della ricchezza e a creare un novo benessere sociale, anche se certamente non diffuso a tutti ma certamente a molti di più rispetto alle generazioni precedenti e soprattutto alla creazione di un modello di vita cittadino notevolmente migliore di quello delle polis ancorate al modello rurale. Il VI secolo è un periodo particolarmente vivace nell’arte, nella musica, nella filosofia e con una società cittadina capace di apprezzarle. Ed anche in grado di apprezzare come mai prima il valore inestimabile della salute.
Ippocrate nacque nell’isola di Cos, di lingua dorica, ma facente parte della confederazione ateniese (nel 460 a.C.); apparteneva alla famiglia degli Asclepiadei, rinomata per il suo sapere medico, che sosteneva di discendere da Asclepio. Esistevano tre rami della famiglia degli Asclepiadei, relativi a tre località: l’isola di Rodi (ramo rapidamente estinto), la penisola di Cnido e l’isola di Cos, due centri medici, questi ultimi, di grande reputazione. Dopo aver svolto una prima parte della sua vita a Cos, acquisendo grande notorietà, raggiunta la piena maturità, lasciò l’isola per andare in Grecia, più precisamente in Tessaglia, culla dei suoi progenitori. Questa figura del medico itinerante non è stata inaugurata da lui:il prototipo fu in realtà Democede di Crotone, che ebbe una carriera sfolgorante e, dopo molte traversie, tra cui la schiavitù presso i Persiani, divenne suo malgrado medico alla corte di Dario. Egli ebbe due figli, Tessalo e Dracone, e una figlia, di cui sappiamo solo che sposò un allievo del padre, Polibo, che più tardi prese la guida della scuola. Ippocrate morì tra il 375 e il 351, in Tessaglia.
Ippocrate era celebre ancora da vivo: secondo Platone, suo contemporaneo, egli era già considerato il medico per antonomasia, come Fidia di Atene o Policleto di Argo erano gli scultori
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per eccellenza (Protagora 311 b-c), ed era già famoso sia per il suo insegnamento sia per alcune sue teorie (Fedro270 c). Anche Aristotele cita Ippocrate, definendolo grande non per statura ma per talento (Politica 1326 a 15). Notizie biografiche più dettagliate ci giungono dalla Vita di Ippocrate di Sorano (di Efeso [?], medico del I-II sec.) e dalla Suda (opera enciclopedica bizantina del X secolo d.C.) e da Tzetze oltreché da Galeno (II sec. d.C.).
La tradizione ci ha trasmesso, a nome di Ippocrate, un Corpus di circa 70 opere, il cui Il nucleo principale fu stato composto fra gli ultimi decennî del V secolo e la prima parte del IV. Altre opere, sicuramente posteriori, possono venir datate fino al II° o al I° secolo a. C. All’interno del nucleo più antico, coesistono scritti di orientamento teorico assai differente, sia dal punto di vista filosofico che dal punto di vista propriamente medico; alcuni di essi, come il celebre Giuramento, possono essere riferiti a sette mediche di orientamento pitagorico, altri alla cultura sofistica (come il trattatello Sull’arte), altri ancora ai naturalisti presocratici. Anche tra le opere propriamente mediche esistono così profonde differenze di teoria e di metodo che esse sono state attribuite a scuole diverse e rivali: le scuole di Coo e Cnido in particolare, sulla base, soprattutto, della testimonianza galenica. Il Corpus si formò probabilmente all’inizio del 3° secolo a. C., nella fase della costituzione della biblioteca di Alessandria; qui furono raccolte le opere mediche più autorevoli, che, per ragioni di prestigio editoriale, vennero ascritte al più famoso medico della tradizione classica, appunto I., indipendentemente dai loro contenuti dottrinali. L’uso introdotto dalle scuole mediche degli erofilici e degli empirici, e consolidato poi da Galeno, di commentare gli scritti delle autorità mediche antiche, avrebbe poi rafforzato l’attribuzione a Ippocrate di un gran numero degli scritti del Corpus.
Non è mai esistita, probabilmente, una vera e propria “scuola di Cnido”, e la stessa esistenza di una “scuola di Coo” (dotata di una omogeneità dottrinale e di una regolare formazione medica dei discepoli) risulta anacronistica per un’epoca come quella tra il V e il IV secolo, quando non esistevano in nessun settore scuole e biblioteche destinate alla formazione regolare degli allievi. Si dovrà piuttosto pensare a relazioni di tipo artigianale tra singoli maestri e rispettivi discepoli, che, nel caso dei maestri più famosi come Ippocrate, di cui sono attestate pubbliche lezioni ateniesi, si saranno a volte estese nella forma di corsi pubblici a pagamento e nella più vasta circolazione dei testi trascritti di queste lezioni, nonché in un prestigio culturale e professionale di ampia portata. L’identificazione della figura storico-culturale di Ippocrate è strettamente legata all’interpretazione delle testimonianze antiche su di lui, in primo luogo a quelle di Platone nel Fedro e poi a quella del
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cosiddetto Anonimo Londinense, un dossografo forse appartenente alla scuola di Aristotele. Platone dice sostanzialmente che Ippocrate seguiva un metodo secondo il quale non era possibile curare la singola malattia, e il singolo paziente, “senza conoscere la natura del tutto”. Noi conosciamo la figura di Ippocrate sia attraverso molte leggende ma soprattutto grazie a quello che fortunatamente ci hanno preservato i diadochi alessandrini. Da questo materiale, peraltro piuttosto eterogeneo, possiamo sintetizzare il pensiero medico ippocratico in tre punti principali: 1) Dare alla medicina uno statuto epistemologico tenendola però separata dalla filosofia della Natura; 2) Trasformare la medicina da un’arte familiare a una disciplina che possa essere insegnata ad altri; 3) Ribadire la capacità del medico, fatta di acume, esperienza e conoscenza, per esprimere una diagnosi e fornire una terapia. Quello di Ippocrate è chiaramente un atteggiamento rivoluzionario che gli varrà fama imperitura (di cui però vedremo il prezzo) ma lui ha bisogno di qualcosa di più per affermare il ruolo “sociale” del medico, e scrive quel libro straordinario che è Dell’Antica Medicina dove rimanda ad un passato molto lontano la “nobiltà” della sua arte. Ma è anche il momento opportuno: c’è Ippocrate ma c’è anche la società adatta per recepire il suo messaggio. E’ un momento “nodale” della storia. Che succede dopo Ippocrate? Intanto, ancora lui vivo, suo cognato Polibo tradisce il suo dettato scrivendo l’opera Della natura dell’uomo, e lo tradisce così bene da doverne essere quasi giustificato. Noi Polibo non lo ricordiamo mai, ma probabilmente il vero genio del marketing didattico medico è stato lui. La linea indicata da Ippocrate, infatti, era straordinariamente ardua: il rifiuto di cristallizzarsi in dottrina e in sistema la rendeva di difficile comprensione concettuale, e insieme la sua trasposizione alla spiegazione naturalistica e alla pratica terapeutica del medico non poteva certamente apparire agevole. Ci voleva qualcosa di più semplice, chiaro e “spendibile”. Polibo non esita ad avvalersi delle teorie delle scuole mediche italiche, di fatto abbastanza estranee al pensiero ippocratico, per ottenere una dottrina solida e di fatto meccanicistica da cui dedurre agevolmente, via via, i singoli dettami per l’attività del medico, dalla diagnostica alla terapia. Il
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punto di partenza gli era offerto dalla dottrina delle qualità e degli elementi, dottrina che spiegava la natura sulla base di un gruppo di realtà sostanziali derivanti dall’osservazione della natura stessa e che potevano essere ricondotte, grazie alla oro autosufficienza sia logica che empirica, a sistema. Tuttavia Polibo non poteva certamente rifiutare d’un tratto il patrimonio della scienza coa ed ippocratica, di cui era l’erede. Da questa tradizione riprende la “veduta” umorale che, derivata in parte da Alcmeone, era valsa ad Ippocrate a rivendicare la dinamica – oggi diremmo – chimico-fisica dei processi organici, contro ogni tentativo di trasporre direttamente la fisica alla biologia. Ma per Ippocrate, come per Alcmeone, gli umori erano di numero e qualità indefiniti e potevano trasmutare l’uno nell’altro: quello che importava era che il processo di reciproco contemperamento si svolgesse in modo armonico ed equilibrato; mentre, dal punto di vista della diagnosi essi rappresentavano uno dei tanti fattori che agivano nell’organismo, da cogliere come gli altri con l’attenta penetrazione del caso singolo guidata da una chiara consapevolezza metodologica.
Ma Polibo non poteva rinunciare al sistema quaternario: prende quindi i due umori indubbiamente più importanti, flegma e bile, forzando la distinzione di quest’ultima in gialla e nera, sono qua e là presente in Ippocrate ed accostandovi il sangue, senz’altro più importante per Empedocle che non per Ippocrate. La serie umorale poteva così rappresentare l’ultimo anello del sistema, quello più intrinseco all’organismo e dunque quello che più direttamente interessava la medicina, salvando così, almeno esternamente la medicina di Kos.
Insomma Polibo trasforma, semplificandolo, Ippocrate in un manuale di medicina. Il successo è tale che il mondo antico conoscerà Ippocrate nell’opera di Polibo (che crederà di Ippocrate). Ma dopo Polibo / Ippocrate? Il Corpus ippocratico è in fondo una miscellanea piuttosto eterogenea per dottrine e per epoca di composizione che i bibliotecari di Alessandria classificarono come “Ippocrate” stesso. Dopo Ippocrate la via della medicina greca (e dei medici) comincia a farsi più aspra e interessante, anche perché la Grecia come sistema entra in crisi, nei secoli successivi.
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La medicina d’epoca ellenistica
Nella parte nord-orientale della penisola ellenica, la Macedonia, stava nascendo una forza nuova. Intorno al IV secolo a.C. la società macedone era una federazione di tipo tribale con una capitale, Pella, dove risiedeva un re affiancato da un consiglio di capitribù. Nel 359 a.C. salì al trono di Macedonia Filippo che, dopo aver ridotto a suo vantaggio il potere dei capitribù, iniziò una politica espansiva verso la penisola ellenica grazie anche alla creazione del più formidabile strumento di guerra del mondo antico: la falange, ovvero un’impenetrabile muraglia di sedici file di fanti, armati di lance lunghe e capace di marciare su ogni terreno e di compiere qualsiasi evoluzione senza rompere la compattezza delle file e senza indebolire la propria forza d’urto. Dopo aver conquistato la Tracia e le sue miniere d’oro Filippo invase la Grecia e la sottomise. Morto Filippo durante la preparazione di una campagna per sottomettere la Persia, gli succedette nel 336 a.C. il giovane figlio Alessandro, che si adoperò subito a consolidare l’egemonia macedone sulla Grecia e si apprestò ad attuare la conquista dell’Impero persiano. Alessandro sottomise i Persiani in soli tre anni, dal 334 al 331 a.C. . Dopo la caduta di Persepoli e la morte di Dario, si manifestò in Alessandro l’aspirazione a un nuovo “Impero universale”, che riportasse un certo ordine nella crescente confusione politica dei suoi tempi (su di lui svolse sicuramente un ruolo importante l’educazione ricevuta da Aristotele). In questa ottica vanno letti l’assunzione dei rituali di corte orientali, l’espansione dei confini, che facesse coincidere il Regno con il mondo conosciuto e l’unificazione amministrativa e culturale delle regioni conquistate. La creazione di un esercito e di una classe di funzionari misti favorì un ampio processo di fusione fra popolazioni greche e orientali (koinonía, comunanza), sorretto dall’introduzione di una moneta unica, del greco quale lingua ufficiale comune (koiné), nonché dalla cura per la rete di comunicazioni stradali. La conquista dell’India, condotta senza particolari difficoltà militari, occupò gli anni dal 327 al 325. Arrivato al Punjab, davanti al rifiuto delle truppe di proseguire oltre, Alessandro decise per il ritorno verso la Persia, mentre un’altra parte dell’esercito risalì l’Indo fino alla foce del Tigri in un viaggio che fu occasione di scoperte geografiche ed etnografiche di notevole rilievo. Alla vigilia di una nuova spedizione verso l’Arabia, nel 323, Alessandro morì di malaria. Alla sua morte le diverse province dell’Impero furono governate dai suoi generali, i diadochi. La rivalità presto accesasi tra questi e i loro successori segnò un cinquantennio di lotte che portarono allo smembramento dell’Impero macedone con la formazione dei regni ellenistici, monarchie a base territoriale
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governate da dinastie stabili, dei quali i maggiori furono: il Regno di Macedonia, il Regno di Siria e il Regno d’Egitto (280 a.C.), quest’ultimo con capitale ad Alessandria. L’Ellenismo è il periodo che va dalla morte di Alessandro all’unificazione del Mediterraneo da parte di Augusto (30 d.C.), caratterizzato dalla diffusione dei valori e della cultura greca. In campo religioso e filosofico si manifestò una nuova sensibilità verso culti e dottrine orientali, che spesso si sovrapposero a quelli tradizionali (sincretismo). L’Accademia platonica raggiunse uno sviluppo notevole, mentre le grandi scuole filosofiche (stoicismo, epicureismo, cinismo, scetticismo), che si proponevano di alleviare le sofferenze umane, godevano di ampia diffusione. La medicina razionale greca trova ad Alessandria d’Egitto un terreno particolarmente adatto per il suo sviluppo: l’ambiente cosmopolita della capitale della dinastia dei Tolomei, instauratasi dopo la dissoluzione dell’Impero macedone, offrì ai medici greci un ambiente ideale per condurre le proprie ricerche. I sovrani Tolomei infatti, tentavano di rafforzare il proprio prestigio all’interno del mondo ellenistico anche attraverso la promozione della cultura: è in questo periodo che vengono fondati la Biblioteca ed il Museo, quest’ultimo modellato sulla base del liceo ateniese e deputato ad accogliere gli studi letterari e scientifici. dato che l’egemonia dei sovrani dell’Egitto si estendeva all’Egeo, Cos e Cnido comprese, fu agevolata l’immigrazione ad Alessandria dei maestri della medicina greca, radicati tradizionalmente nelle due isole. Tra l’altro proprio ad Alessandria vennero raccolti i testi della grande tradizione medica del V e del IV secolo nel Corpus Hippocraticum. La figura di medico cambia: non più il professionista itinerante di tradizione greca privo di qualsiasi supporto istituzionale e legato, per la sua sopravvivenza, al prestigio ed alla capacità terapeutica ma un soggetto che racchiude nella sua disciplina non solo la pratica diagnostico-terapeutica ma anche l’esercizio di una ricerca teorica relativamente disinteressata alla terapia, ricerca che il medico ‘ippocratico’ della Grecia dei secoli precedenti non poteva coltivare per motivi di tempo e per mancanza di adeguate strutture ‘pubbliche’. Tra l’altro era questo ‘surplus’ scientifico a nobilitare (e in ultima analisi anche ad elevare socialmente) il medico.
Dopo l’inizio del III secolo a.C., infatti, le fonti non menzionano più l’appellativo di ‘Asclepiadi’ dato ai medici, ovvero decade l’emblema che conferiva loro tanto una riconoscibilità socio-culturale quanto una forma di protezione divina contro i possibili sospetti di contaminazione. Al posto del mondo relativamente omogeneo degli Asclepiadi, la professione medica conosce ora una netta
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divaricazione: fra gli appartenenti ai gruppi dell’alta ricerca, come quelli legati al Museo e in generale agli ambienti elevati delle monarchie ellenistiche, che sono di norma di cospicua estrazione sociale e di alto livello culturale, e la dispersa moltitudine dei medici praticanti e itineranti, ai quali è precluso l’accesso sia alla ricerca teorica sia alla scrittura dei trattati in cui essa si esprime. L’unità della technè, propria della tradizione ippocratica, ed espressa in una scrittura diffusa ed anonima, viene cosi infranta: da un lato il magistero ed i testi dei grandi scienziati come Erofilo ed Erasistrato, e dei loro allievi riconosciuti per affiliazioni di scuola, dall’altro l’oscuro anonimato dei professionisti periferici e secondari, neppure più riconoscibili attraverso la comune appartenenza alla ‘famiglia’degli Asclepiadi. La tradizione ippocratica aveva focalizzato la medicina sul problema della malattia, della sua diagnosi e della terapia. Inoltre la concezione ippocratica del corpo era quello di una ‘scatola nera’ dove entravano cibi, bevande e stimoli e uscivano escrementi, reazioni, umori. D’altronde per il medico ‘ippocratico’ l’apertura di questa scatola nera non rivestiva particolare importanza visto che nonostante tutto (com’è d’altronde logico), la disciplina si era concentrata su un’esperienza clinica straordinaria basata sull’attenta osservazione del malato, su una semeiotica puntuale e su scelte efficaci di strategia terapeutica basate sulla triade dieta / farmacologia / chirurgia di cui la prima rappresentava la grande conquista del pensiero ippocratico. In Alessandria il ‘surplus’ scientifico di cui abbiamo parlato parte dalla riconsiderazione del profilo del sapere medico con un cambiamento importante di rotta: non più focalizzare l’arte sul problema della malattia ma su quello dello ‘stato naturale’ cioè della salute. E’ un cambiamento di prospettiva radicale quello degli alessandrini che porterà, tra l’altro, al superamento del tabù dell’apertura del corpo e quindi agli studi anatomici e anatomo-fisiologici, ovvero all’apertura della ‘scatola nera’. Le innovazioni sono in gran parte da riportare ad un gruppo ristretto e ben definito di personaggi: Prassagora di Cos ed Erofilo di Calcedone da un verso e Crisippo di Cnido ed Erasistrato di Ceo dall’altra, in qualche modo rappresentanti delle due grandi correnti di pensiero medico della Grecia classica. Erofilo ed Erasistrato sono ambedue attivi il primo ad Alessandria ed il secondo dapprima ad Antiochia e poi probabilmente nella stessa Alessandria tra il 330 ed il 250 a.C. Prassagora è attivo a Cos, nella seconda metà del IV secolo a.C. ma non è provato che abbia mai viaggiato fuori dell’isola. Maestro di Erofilo studia, tra l’altro, la posizione e le caratteristiche dei
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vasi, la collocazione dell’esofago e della trachea, l’origine dei nervi dal cuore, l’origine dello sperma, il calore innato. Prassagora restò fedele alla tradizione ippocratica dal punto di vista clinico e terapeutico, accogliendo peraltro le teorie aristoteliche per quanto riguardava i principi anatomo-fisiologici. Erofilo corresse alcune teorie fisiopatologiche del maestro, pur restando legato alla tradizione clinico-terapeutica ippocratica, studiò l’anatomia del cervello e del cranio, dei nervi ottici e dell’occhio nonché dei visceri addominali e delle ghiandole sessuali. Una sua opere “sulle pulsazioni” si spiega il fenomeno del polso come contrazione e rilassamento involontari delle pareti arteriose, attraverso le quali scorre il sangue misto a pneuma. Di Crisippo di Cnido possediamo poche notizie, se non che si distaccò dai principi della vecchia medicina di stampo ippocratico. Erasistrato, suo allievo, nasce a Ceo, isola dell’arciplago delle Cicladi, in una famiglia di medici e si forma e vive in un contesto culturale scientifico di prim’ordine: sposa, in terze nozze, la figlia di Aristotele, ha relazioni professionali ed è favorito nelle ricerche scientifiche dai sovrani ellenistici dei suoi tempi: Antioco II Soter e Tolomeo II. Studia tra l’altro l’anatomia del cuore e i vasi, il sistema nervoso, il funzionamento del diaframma nella respirazione. La felice stagione della medicina alessandrina ebbe termine con l’ascesa al trono di Tolomeo Evergete Fiscone, nel II secolo a.C. sovrano impopolare e responsabile della diaspora di medici e scienziati favorendo la sostituzione, come capitale della cultura, di Alessandria con Roma.
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L’Italia preromana e l’epoca romana
I più antichi abitanti dell’’Italia di cui abbiamo notizia furono,in età neolitica ed eneolitica, i Liguri e gli Umbri nelle regioni settentrionali, i Siculi nell’Italia centro-meridionale e i Sicani in Sicilia. Alcuni di questi popoli appartenevano alla cosiddetta razza mediterranea, di origine sconosciuta, altri (Umbri e Siculi) erano di ceppo indoeuropeo. Più tardi, un notevole numero di popolazioni, collegate tra di loro a gruppi e tutte di razza indoeuropea, occupò la penisola. Questi popoli, che noi designiamo in complesso col nome di Italici, occuparono la parte centrale e meridionale dell’Italia, mentre i Siculi passarono in Sicilia, respingendo i Sicani nella parte occidentale dell’isola.
GLI ETRUSCHI
A partire dal IX-VIII secolo troviamo stanziato nell’Italia centro-settentrionale, con centro nell’attuale Toscana, un popolo non indoeuropeo, quello degli Etruschi, che fu per parecchi secoli il più importante della penisola, dotato di una civiltà assai progredita e abbastanza originale. Sui complessi problemi della loro origine si deve citare solamente che le teorie attuali più accreditate vorrebbero gli Etruschi provenienti dalle coste dell’Anatolia, e quindi facenti parte dei cosiddetti “Popoli del Mare” insediatisi a partire dal X secolo a.C. nelle coste dell’attuale Toscana ricche di giacimenti minerari, sovrapponendosi ad una più antica popolazione locale. Nell’VIII sec. a.C. noi troviamo gli Etruschi nell’attuale Toscana, nel Lazio settentrionale e nell’Umbria. Nel corso del VII e del VI sec. essi ampliarono notevolmente i loro territori nel nord e nel sud della penisola valicando a nord l’Appennino e occupando quasi tutta la Pianura Padana. Nella loro spinta verso sud occuparono gran parte del Lazio e la Campania settentrionale. Stabilirono infine delle stazioni lungo la costa della Sardegna e della Corsica. L’espansione etrusca ebbe però breve durata. Alla fine del VI sec. gli Etruschi, battuti dai Latini, dovettero abbandonare il territorio posto a sud della basse valle del Tevere, mentre nel 474 Gerone di Siracusa sconfisse quelli di loro che erano rimasti in Campania. Le incursioni continue del celti, iniziate prima del VI secolo a.C. distrussero i centri della pianura padana. In Nel V sec. e nel IV secolo i Romani conquistarono poi ad una ad una le città etrusche: con la distruzione di Volsinii, nel 265 a.C., tutta l’Etruria cadde in potere di Roma. L’indipendenza amministrativa dei centri etruschi terminò con la “Lex Iulia” dell’89 a.C., anche se la documentazione nella scrittura etrusca insiste fino alla metà del I secolo d.C.
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Gli Etruschi erano organizzati in città-stato indipendenti che si riconoscevano in una federazione ed erano retti da un sovrano, il lucumone, che di fatto aveva poteri monarchici anche se era affiancato da un consiglio degli anziani e da un’assemblea popolare. Se all’inizio della loro storia non si notano segni di una distinzione in classi all’interno della società; essa invece appare nella seconda metà dell’VIII secolo a.C., verosimilmente per l’apertura di commerci con il Mediterraneo orientale associata all’espandersi di centri di produzione, anche di beni di lusso. Alla fine dell’VIII secolo la società sembra organizzata con a capo una ricca aristocrazia che verrà affiancata successivamente da un ceto di artigiani e mercanti. La medicina La medicina etrusca, nonostante qualche tentativo di “nobilitazione”, non sembra particolarmente diversa da quella praticata dalle altre popolazione protostoriche, come per dire che non esistono notizie di una medicina strutturata o nelle mani di uno specifico professionista. Il ritrovamento di fegati (ovini) in bronzo per scopi mantici o qualche tarda tavoletta ex-voto nonché la presenza di “protesi” dentarie con evidente significato rituale non aggiungono granché alla nostra conoscenza. D’altronde, come vedremo anche per la medicina romana sino all’epoca repubblicana, la medicina era esercitata dal pater familias e quindi rientrava in quella categoria dei poteri carismatico-informali che abbiamo già visto presente nelle popolazioni più antiche.
Roma I Latini sono presenti nel territorio del Lazio centro-meridionale dal II millennio a.C., probabilmente migrati dall’Europa danubiana così come gran parte delle popolazioni italiche presenti nell’Italia Centro-meridionale. Nella tarda età del bronzo e lungo tutto il secondo millennio i latini si strutturano in piccoli villaggi collinari ad economia agricolo-pastorale che andarono federandosi sulla base di una identità politico-religiosa. In questo periodo il villaggio centrale e dove era presente il tempio del Dio era Albalonga, che rimase la capitale sino alla sua distruzione da pare di Tullio Ostilio cioè quando uno dei villaggi principlai, Roma, iniziò un apolitica di supremazia territoriale. Roma viene fondata, secondo la leggenda nel 753 a.C. e subisce precocemente l’influenza etrusca nel periodo monarchico (753 – 509 a.C.).
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Espulso dalla città l’ultimo re etrusco e instaurata una repubblica oligarchica nel 509 a.C., per Roma ebbe inizio un periodo contraddistinto da una parte dall’espansione territoriale a spese delle popolazioni italiche vicine e dalle lotte interne tra l’aristocrazia terriera che si era consolidata in Italia Centrale e le nuove realtà economico-sociali. Divenuta padrona del Lazio, Roma condusse diverse guerre per la conquista della penisola italica, dalla zona centrale fino alla Magna Grecia. Nel III e nel II secolo inizia l’espansione verso il Mediterraneo e verso l’Italia settentrionale: la vittoria su Cartagine e la conquista di Numanzia sulla penisola iberica la rendono, di fatto, una potenza marittima incontrastata che le permetterà anche l’ espansione verso oriente e il predominio del Mediterraneo.
L’espansione territoriale e della popolazione necessitano una ridefinizione della “res publica”, ovvero dello stato. Le soluzioni suggerite dai diversi uomini influenti che si succedono arrivano, dopo l’assassinio di Cesare (44 a.C.) e il contrasto tra Marco Antonio alleato con Cleopatra da una parte e Ottaviano, nipote di Cesare, dall’altra, a un nuovo regime istituzionale: il principato. Il “princeps” (da “primum caput” o primo cittadino) fonda l’impero in un assetto unificato e pacificato che dura fino al III secolo d.C. (“pax romana”). Durante questi secoli l’impero romano raggiunge il suo splendore.
Con il III secolo d.C., Roma via via perde il ruolo centrale per la vastità e universalità del suo regno, finché Diocleziano separa in due parti l’impero ristrutturando profondamente economia, finanze, politica e burocrazia. Quest’opera garantisce a Roma un secolo di nuova prosperità e il Cristianesimo, autorizzato ufficialmente nel 313 d.C. da Costantino il Grande con l’editto di Milano, contribuisce a sostenere il regime.
Nel IV secolo il baricentro dell’impero si sposta verso oriente, dopo le successive invasioni in Italia di Barbari, Visigoti e Vandali, che arrivano a saccheggiare persino la città di Roma.
La medicina a Roma in età repubblicana
Secondo l’enciclopedista Plinio, prima dell’arrivo dei primi medici greci, cosa avvenuta a partire dalla metà del III secolo, Roma non possedeva professionisti dedicati all’esercizio della medicina. Le mansioni di medico erano esercitate dal pater familias che aveva la responsabilità della tutela
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della salute dei familiari, degli schiavi e del bestiame. La medicina romana dei primi secoli rientrava nel novero delle funzioni diremmo ‘domestiche’ e legate alla figura carismatica del capo-comunità, continuando con tutta probabilità una tradizione di lunghissima durata. Da altri enciclopedisti quali Varrone o Catone siamo informati circa la presenza di una terapia tradizionale talora unita alla pratica dello scongiuro e di una piccola chirurgia, dedicata sostanzialmente alla cura dei traumi e delle ferite. La medicina di tipo sacrale aveva ovviamente la sua importanza e nella Roma antica sono documentabili culti di numerose divinità guaritrici quali la dea Febris o la dea Mephitis. La maggior parte di queste divinità avevano un tempio o perlomeno un altare dove esercitare il culto, ma appare poco probabile che là fossero attivi sacerdoti o comunque figure legate al culto della divinità che praticassero le cure più idonee, come succedeva invece nell’Asklepeion greco.
Si ritiene che il culto di Esculapio (denominazione latina di Asclepio) sia stato introdotto a Roma nel 293 a.C. con la costruzione di un tempio a lui dedicato nell’Isola Tiberina.
Negli ultimi venti anni del III secolo, poco prima delle guerre macedoniche, si assiste all’arrivo a Roma dei primi medici greci i quali, visti dapprima con sospetto (Arcagato fu cacciato da Roma dopo avergli appioppato il soprannome di carnifex per il suo uso, pare intenso, del cauterio) riuscirono comunque a guadagnarsi uno spazio nella tradizionalista società romana. Il cammino per arrivare ad un riconoscimento di uno status diverso da quello servile, quale era generalmente quello dei medici greci a Roma, fu comunque molto lungo: solo nel 46 a.C. Giulio Cesare concede la cittadinanza romana ai medici e bisogna arrivare al II secolo d.C., in piena epoca imperiale, con la breve ma straordinaria stagione galenica, per riconoscere al medico uno status di scienziato e filosofo.
D’altronde la medicina greca veniva spesso sentita come contraria alla coscienza romana: nell’esercizio di questa professione i medici, che come abbiamo detto sono prevalentemente greci, fanno uso di una terminologia corrente greca o comunque ricca di grecismi che può essere definita come lingua “latino-greca” della medicina. D’altronde la medicina greca ha le carte in regola per essere vincente: a prescindere dall’efficacia, che doveva essere perlomeno superiore a quella della medicina tradizionale anche per un più ampio armamentario farmaceutico e chirurgico, proponeva una spiegazione naturale delle malattie assieme ad una interpretazione globale dell’uomo e del mondo, ossia una solida base epistemologica per una disciplina che pur restando una technè, cioè
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un’arte “meccanica” nondimeno si presentava come razionale e specialistica, degna quindi di un professionista e degna anche di essere opportunamente ricompensata. Ovviamente la società romana recepì questo tipo di visione da parte della medicina ellenistica perché stava sempre di più diventando una società del benessere e quindi con una maggiore sensibilità verso la salute, la bellezza del corpo e l’importanza della filosofia.
La medicina tradizionale romana non sopravvivrà se non nelle campagne, anche se degli echi talora importanti si possono trovare ancora in epoca imperiale nelle opere di Plinio, Celso e del medico imperiale Scribonio Largo (I sec. d.C.).
L’età imperiale
Le sette mediche
Già presenti ad Alessandria nel II secolo a.C., le ritroviamo a Roma dopo la diaspora dei maestri alessandrini al tempo di Tolomeo Evergete Fiscone e di fatto dopo l’arrivo a Roma di Asclepiade di Prusa nel 146 a,C., caposcuola della setta dogmatica.
Il termine “setta” (haeresis in greco) non deve essere recepito con il significato negativo che ha assunto nel tempo: la setta medica, così come la troviamo a Roma viene concepita ad Alessandria durante una lotta piuttosto cruenta (letterariamente parlando) fra i più brillanti allievi di Erofilo per un predominio sulle basi teoriche della medicina. Abbiamo visto come la parte “scientifica” della medicina che si viene consolidando nell’ambiente intellettuale alessandrino rappresenti un “surplus” importante per il medico dato che, tra l’altro, ne sancisce il ruolo sociale (ed economico). Una lotta di questo genere sarebbe stata impensabile nel medico di tradizione greca classica che non disponeva (né ne sentiva il bisogno, in un certo qual modo) di questo bagaglio d’esperienza anatomica e, molto più povero, fisiopatologica. Se nella pratica terapeutica, infatti, le varie sette (né poteva essere altrimenti, a ben guardare) non differivano moltissimo tra loro, la differenza risiedeva in alcuni aspetti teorici della téchne della formazione del medico.
Ogni gruppo ha un padre fondatore, un garante dell’autorità e generalmente una guida di riferimento, un maestro da frequentare, ascoltare o magari solo a cui riferirsi. La coesione interna è indispensabile ed è rafforzata dall’attacco alle altre sette attraverso scritti polemici e da una
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forma orale di insegnamento, l’agon, il dibattito che viene sempre indirizzato contro altri. Di fatto, quindi, le sette mediche sono un fenomeno che non interessa, se non marginalmente, la prassi terapeutica e lo studio delle malattie, quanto un fenomeno letterario medico sulla discussione teorica della medicina e dei suoi aspetti.
La setta dogmatica
Si rivolge agli insegnamenti più antichi del Corpus Ippocratico ed era basata sulla convinzione che conciliando le scoperte recenti con la vecchia tradizione clinica ippocratica si potessero scoprire le cose più nascoste. In effetti i dogmatici non formavano una vera setta ma si mantenevano fedeli al pensiero medico più antico con una fede salda a riguardo della validità della rationalis medicina. Di fatto però erano tutti concordi sulla validità di quattro tesi principali ovvero che esistono cause nascoste delle malattie che i sensi non possono cogliere immediatamente ma che il medico può arrivare a conoscere, che queste cause nascoste sono da contrapporsi alle cause evidenti, quelle colte dai sensi e che precedono o scatenano la malattia, che il ragionamento che si basa sulla sperimentazione e la dissezione può aiutare risolvere i maggiori problemi della fisiopatologia e della terapeutica e d infine che il trattamento della malattia è scoperto per congettura in seguito alla scoperta della sua causa nascosta.
La setta empirica
Questa setta rimase per lungo tempo un fenomeno esclusivamente alessandrino. Influenzati dalla filosofia scettica, gli empirici non credevano nella medicina come vera scienza. Inoltre (e qui si allontanavano dal pensiero scettico) affermavano che non è possibile capire ciò che i sensi non possono afferrare. Due posizioni molto radicali queste che portavano gli empirici a negare completamente la validità dell’impostazione dogmatica tanto più che per gli empirici la natura era, di fatto, imperscrutabile. Semplificando, l’enunciato empirico voleva che le uniche conoscenze mediche fossero frutto dell’osservazione e che non poteva esistere una ricerca sistematica perché avrebbe presupposto una sistemazione teorica non fondata sull’esperienza. In medicina la certezza si raggiungeva, quindi, solo attraverso la pratica come in altri mestieri come il contadino o il navigatore, tanto più che l’esperienza non era trasmissibile: l’esperienza mediata era ammessa a causa della brevità della vita del singolo, ma i dati dovevano essere accuratamente vagliati e verificati. Per la setta empirica quindi la medicina è una pratica principalmente terapeutica e non ha nulla a che fare con la speculazione.
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La setta metodica
Dopo la presa di Corinto, nel 146, molti medici lasciarono la Grecia e stabilendosi a Roma, tra cui Asclepiade di Prusa e del suo allievo Temisone di Laodicea, che poi è il vero fondatore della setta. L’idea fondamentale di Asclepiade è che il corpo umano sia formato da corpuscoli impercettibili se non dalla ragione, gli onchoi che si muovono all’interno di canalicoli, i poroi, anch’essi di essenza puramente teorica. Il regolare flusso degli onchoi caratterizza lo stato di salute. Le malattie sarebbero prodotte da una strettezza dei pori o da una eccessiva larghezza di essi, o da una sproporzione dei corpuscoli circolanti. Per Asclepiade quindi l’arte del curare consisteva semplicemente nel regolare i movimenti degli onchoi, equilibrando le sproporzioni fra essi e i pori del corpo umano. I metodici conquistarono il grande pubblico grazie alla semplicità della loro dottrina anche se, a ben guardare, al di là dei semplici stati di tensione, rilassamento e lo “stato misto” per mezzo delle quali potevano essere classificate le malattie e da cui poi discendeva la condotta terapeutica, esisteva una vera e complessa nosografia metodica anche se non codificata da un corpus di regole rigorose.
La setta pneumatica
La quarta setta è un po’ più problematica per quanto riguarda la sua legittimità: Galeno, nelle sue Definizioni mediche la cita appena, dicendo che sarebbe stata inventata da Agatino di Sparta. Se Agatino abbia o meno “inventato” questa setta è certo che Ateneo di Attalia (I secolo d.C.) ne è il grande innovatore. Partendo dalla dottrina umorale di scuola ippocratica vi introduce la teoria dello pneuma, portatore delle funzioni vitali e psichiche più importanti. Il pneuma è alimentato dall’aria respirata e, come elemento di raffreddamento del calore naturale, circola attraverso le arterie ed ha sede nel cuore. La salute è data dall’equilibrio del pneuma con i quattro umori.
Il problema delle sette, fenomeno di cui però è difficile cogliere la portata effettiva, riguarda la medicina esercitata a Roma dai medici greci, come abbiamo visto. tra l’altro, nello sforzo di dare alla medicina ma soprattutto al medico un nuovo status di “pratico e filosofo” secondo il modello alessandrino, i principali esponenti delle sette ci hanno lasciato numerosi testi o frammenti testuali a testimonianza del loro pensiero. Questo è un fenomeno diverso da quello che abbiamo visto a riguardo della formazione del Corpus Ippocratico, di fatto anonimo e ricondotto a posteriori alla figura di Ippocrate: adesso i volumina di medicina portano il nome dell’autore, così come era successo ad Alessandria, e questo è un fenomeno da sottolineare, anche perché
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vedremo che il coronamento degli sforzi di autopromozione fatti dai medici arriverà con Galeno ma soprattutto con il mare magnum dei suoi scritti. E’ l’opera scritta quella che assume l’importanza del testimone, un opera colta con un lessico tecnico proprio, scritta in greco o con in latino infarcito di grecismi, opera non creata per l’esigenza dell’insegnamento, che probabilmente continua ad essere quello dell’ “andare a bottega” da un professionista, cioè dell’apprendimento diretto e della pratica guidata, ma destinata ad un pubblico di potenziali “clienti”, che legge ed è capace di cogliere l’aspetto teorico o polemico del testo.
Ovviamente non ci restano soltanto testi che trattano di medicina scritti da medici, anzi, tra I secolo a.C. e il I secolo d.C. le opere più significative che danno un quadro della situazione “storica” della medicina sono scritti da auctores non medici ma “enciclopedisti” tra cui, per citare i più significativi, A. Cornelio Celso o Plinio il Vecchio, autori genuinamente “romani” e ancorati alla tradizione. La Naturalis Historia di Plinio non è un’opera dedicata alla medicina di per sé anche se affronta alcuni aspetti della terapia medica mentre l’opera di Celso, il De Medicina (parte di una più vasta enciclopedia che ci è pervenuta purtroppo frammentaria) è forse l’opera più importante del mondo romano per comprendere il fenomeno “medicina” nel suo insieme. Il De re medica di Celso viene composto, probabilmente, tra il 25 a.C. ed il 35 d.C. e si presenta come un’opera composta da otto libri preceduti da un proemio in cui si traccia una storia della medicina partendo dai tempi della guerra di Troia per arrivare ad Asclepiade. Gli otto libri sono così ripartiti: semeiotica e igiene (libri I), dietetica (libro II), medicina interna (libro III e IV), farmacologia (libro V e VI) e chirurgia (libro VII e VIII). L’opera di Celso assume un valore documentario estremamente importante perché ci fornisce un quadro piuttosto completo della medicina dei primi due secoli a.C., cercando di mediare le fonti a sua disposizione e quindi le varie impostazioni teoriche.
Ovviamente la letteratura medica di questo periodo non è scritta esclusivamente in greco, anche se gli autori in lingua latina sono piuttosto rari. E’ indispensabile però segnalare l’opera di un medico dai contorni biografici piuttosto incerti (se non che almeno per un certo periodo fu al seguito dell’ imperatore Claudio): Scribonio Largo. Autore di un a raccolta farmacologica, le Compositiones, redatte attorno alla fine degli anni ’40 del I secolo d.C. e che ebbero una discreta fortuna nei secoli successivi, il suo pensiero rivela numerosi punti di contato con Celso sia per la concezione moraleggiante della medicina, sia per i supporti dottrinari, sia nella definizione della prassi medica e delle cure effettive.
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Galeno di Pergamo e il galenismo
Il II secolo d.C. è anche noto come il “beatissimum saeculum” con la massima espansione territoriale dell’Impero e l’adozione del principato imperiale. E’ un periodo culturalmente felice, grazie alla prosperità dello Stato: nonostante che, a differenza delle città greche dove le scuole pubbliche erano presenti sin dal II secolo, si debba aspettare il 73 d.C. per avere le prime cattedre pubbliche a pagamento, agli insegnanti di retorica latina e greca era garantito un salario annuo di 100.000 sesterzi, pagato grazie agli introiti del fisco imperiale. Il mercato librario era fiorente e solo a Roma si trovavano, nel II secolo, almeno 6 o 7 biblioteche pubbliche: alcune di esse erano già state inaugurate in età augustea/tiberiana, altre erano invece fondazioni posteriori. Si trattava di strutture pubbliche, gestite da personale qualificato, frequentate da un’utenza “alta”: erano centri di lettura, alcuni dei quali specializzati tematicamente, con sale distinte riservate ai testi greci ed ai testi latini e sale studio. Il giurista Modestino ci informa che Antonino Pio (138-161 d.C.) si preoccupò di regolare persino il numero di medici, sofisti e grammatici che dovevano trovare impiego nelle città dell’Impero, fissando per legge i privilegi con cui gratificare questi professionisti. Questa notizia è importante: per Antonino quindi i medici vengono equiparati ai sofisti e ai grammatici, cioè hanno un ruolo intellettuale importante, segno che lo sforzo dei medici greci non era andato sprecato. Questo è il periodo in cui il trentenne Galeno “sbarca” a Roma pronto più che a tentare la fortuna, a combattere per costringerla a concederle i suoi favori. Antonino era appena morto e Marco Aurelio aveva assunto il potere nel 161 d.C.
Galeno era nato a Pergamo intorno al 129 ed era figlio dell’architetto Nicone, influente personaggio della realtà municipale, che avrà grande cura nel l’educazione del figlio (d’altronde la famiglia di Nicone vantava architetti e matematici). Il ragazzo intraprende gli studi di medicina e filosofia all’età di sedici anni non prima di essere stato avviato agli studi della filosofia platonica, stoica, epicurea e, soprattutto, aristotelica e, in seguito, allo studio delle sette mediche. Dopo la morte del padre Galeno inizia a viaggiare per approfondire le sue conoscenze di medicina, prima a Smirne, con Pelope, poi a Alessandria, dove si dedica allo studio dell’anatomia e della farmacologia. Nel 157, ritornato a Pergamo, diviene medico della scuola dei gladiatori e acquisisce ampie conoscenze nel campo della chirurgia.
Quando nel 162 Galeno arriva nell’Urbe, è un medico dalla solida formazione medico-chirurgica e soprattutto un uomo di notevole cultura. La lettura degli scritti di Galeno ci mostrano una
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personalità molto forte e piuttosto aggressiva consapevole delle proprie qualità: probabilmente grazie a questa qualità acquista rapidamente fama tra gli aristocratici grazie a dibattiti pubblici e a dimostrazioni anatomiche, procurandosi nel contempo una solida e duratura inimicizia dei colleghi, che comunque ripagò abbondantemente con la stessa moneta.
Nel 166, per un complesso di ragioni, lasciò Roma per tornare a Pergamo giusto allo scoppiare di una violenta epidemia, ma viene richiamato da Marco Aurelio e, tra l’altro, nel 168 ritrova la stessa epidemia da cui era scappato nell’accampamento dell’esercito romano ad Aquileia, dove l’imperatore sta preparando una spedizione contro i Germani. Marco Aurelio gli affidò la salute del figlio Commodo (che diverrà imperatore, seppure detestabile e brutale) e nel 169 Galeno iniziò il suo secondo soggiorno a Roma, che fu molto più lungo del precedente. Questo probabilmente è il periodo più fecondo per quanto riguarda la sua produzione di scritti medici e filosofici. La scrittura e il libro sono media importanti per comunicare con la classe aristocratica e Galeno conosce bene il suo mestiere: i suoi libri, consultabili pubblicamente presso la Biblioteca del tempio della Pace furono certamente un veicolo pubblicitario importante, tanto più che la visone “supersettaria” di Galeno e la sua capacità di sistematizzare il pensiero dogmatico stemperandolo con l’apporto delle altre correnti di pensiero contribuirono a divulgare (nei luoghi opportuni) una medicina realmente “scientifica”. Galeno sa interpretare i bisogni emergenti dell’alta società romana per portarli al servizio del suo progetto di riqualificazione del medico, ovvero di un professionista che non abbia soltanto capacità terapeutiche ma anche una solida conoscenza, su basi razionali, dell’uomo e della natura. Per questo Galeno riduce il momento clinico della sua professione per impegnarsi nell’attività di conferenziere e poi, quasi esclusivamente, di teorico e scrittore. Il successo di Galeno a Roma è clamoroso, tanto che riesce in qualche modo ad eclissare i colleghi settari ed essere, per oltre vent’anni uno scrittore ed un medico di successo. Nel 192, salito al soglio imperiale Settimio Severo, un grande incendio distrusse il Tempio e la Biblioteca della Pace assieme alle grandi biblioteche del Palatino e dove andarono bruciate molte opere di Galeno. Tra il 200 e il 210 egli si decise a tornare nel suo paese d’origine dove morì fra il 210 e il 216.
Galeno rappresenta un fenomeno singolare nella storia della medicina occidentale e di questa singolarità se ne sono ben rese conto le generazioni successive. Di fatto Galeno appare singolare quanto Ippocrate (e non a caso a questi è comparato o con questi è rappresentato, nel medioevo, come nella cripta della cattedrale di Atri), e questa singolarità dei due personaggi è abbastanza chiara: ambedue non gli artefici di una rivoluzione della medicina in quanto ars medendi, quanto
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del radicale cambiamento dello statuto “scientifico” della medicina. Cambiamento certamente di qualche utilità alla medicina stessa (ma non così tanto) ma comunque fondamentale per la ridiscussione completa del ruolo del medico nella società. Tra l’altro l’accostamento ad Ippocrate è in parte strumentale e voluto fortemente dallo stesso Galeno, che fa di Ippocrate, grazie ad un sapiente e modernissimo marketing d’immagine, il più grande medico di tutti i tempi e quindi Galeno stesso, suo dichiarato ierofante, il più grande medico dei suoi tempi. L’operazione galenica è straordinaria anche se tradisce Ippocrate tanto quanto l’aveva tradito Polibo: è infatti la visione del De Natura Hominis e non quella della parte più antica del Corpus Hippocraticum ad essere approfondita, completata, migliorata e divulgata, allo scopo di ottenere una scientia affidabile, meccanicistica in sé (si pensi, come piccolo esempio, al fatto dell’importanza delle qualitates e alla loro suddivisione in quattro gradi) ma mitigata o meglio completata dal fatto che “il miglior medico è anche filosofo” (una delle sue opere “morali” più illuminanti) che sa bene che “le facoltà dell’anima seguono i temperamenti del corpo” come recita il titolo di una straordinaria opera della piena maturità. Un medico-filosofo cosciente che i problemi della conoscenza da cui provengono i grandi problemi della vita tra cui la felicità, l’infelicità e il fine della vita, potranno avere risposte razionali, quelle risposte che lui può dare ed amministrare.
Il progetto culturale e sociale di Galeno riesce, perlomeno temporaneamente, eclissando in gran parte le sette e consolidando la figura sociale del medico. Dopo la morte di Galeno però, nonostante che i suoi scritti circolino ancora a Roma (ma soprattutto fuori di Roma, come ad esempio in Alessandria), la ricezione del suo magistero nella letteratura in lingua latina è molto scarsa. Come per dire che passata l’ “eccezione” di Galeno, la vita ritornò (se mai ne era uscita) nell’ambito della normalità. D’altronde, come generalmente si dice, dopo Galeno la medicina antica non è più creativa: traduce, compila, riassume. Addirittura la medicina “scientifica” lascia speso spazio al sapere popolare, come ad esempio nel Liber medicinalis di Quinto Sereno Sammonico. Forse è questa la normalità, nell’arte medica? In fondo se non ci fosse stata, ben postuma, una “setta galenica alessandrina” e non ci fosse stata, per questo, una trasmissione quasi esclusivamente galenica al mondo arabo (e quindi, come vedremo, all’Occidente bassomedievale), di Galeno avremmo perso ben presto le tracce, così come in gran parte le persero i medici della Tarda Antichità e dell’Alto Medioevo. Galeno fu probabilmente l’epifenomeno di quel momento “aureo” della società romana, che peraltro dovette rapidamente cedere ad una crisi strutturale e
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demografica che si manifesterà di lì a poco e che probabilmente farà preferire alla complicata figura del medico-filosofo un medico magari altrettanto gratiosus ma sicuramente più pratico.
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Tarda Antichità
Il cristianesimo delle origini, specie quello paolino o legato agli asceti orientali, fu fortemente influenzato dalle filosofie del I-II secolo, per cui il corpo venne disprezzato (ad esempio per gli Gnostici l’anima era intrappolata nel corpo, ed il corpo era una costrizione da cui liberarsi grazie alla morte). La cura del corpo in questa ottica era di fatto contro natura, e la malattia assieme alla morte poteva rappresentare una via per la purificazione dal peccato.
Bisogna stare attenti comunque a non sopravvalutare l’influenza di queste concezioni sulla medicina dell’epoca: se da una parte è evidente che il Cristianesimo (ma d’altronde anche il diffondersi di culti orientali quali il mitraismo o i culti isiaci) ebbe un’influenza sul pensiero generale del rapporto corpo / salute, questo avvenne lentamente e in modo diverso nelle varie aree geografiche. Il problema è dato dal tipo di letteratura con cui ci andiamo a confrontare, ed è lo stesso problema, là un po’ amplificato, che troviamo per l’Alto Medioevo: le fonti cominciano ad essere (e di fatto successivamente sono le uniche) di origine cristiana e soprattutto di tipo monastico, cioè provenienti da una élite intellettuale che aveva fatto dell’ortodossia un principio di vita e, per certi versi, di potere.
La divisione dell’Impero tra Oriente ed Occidente comportò una serie di fenomeni destinati a ripercuotersi sulla letteratura medica, anche se (e qui è difficile quantificare), la pratica medica non ebbe particolari modificazioni in sé, almeno sino al cambiamento del paesaggio politico e sociale del IV-V secolo. Innanzitutto una differenza culturale: il mondo romano e quello greco, che per secoli si erano incrociati, adesso mostrano tutte le loro differenze: un mondo fortemente influenzato dai costumi “orientali” il greco-bizantino, più sincretisticamente “euoropeo” il secondo, influenzato sempre di più da costumi e consuetudini galliche o germaniche. Poi la lingua: se la medicina “erudita” a Roma era (come abbiamo visto con Galeno) espressa in lingua greca affiancata ad una letteratura latina perlopiù di tipo generalista (come nel caso di Celso) o di tipo pratico (come ad esempio nel caso di Scribonio) , dopo la divisione “culturale” dell’Impero, i testi di medicina si spostano da Occidente ad Oriente con esiti molto diversi: mentre in Occidente la magra letteratura medica latina si arricchisce di qualche operetta di terapeutica o di più estese sintesi di ricette come nel caso di Marcello Empirico, nel mondo bizantino si continua ad adottare (ed anzi a consolidare) il patrimonio scientifico galenico: in ultima analisi la medicina di stampo scientifico si sposta ad Oriente. Anche perché l’Occidente cominciava ad avere ben altri problemi.
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Bizantini e Arabi
L’antica città di Bisanzio era un piccolo porto, colonia della più nota Megara, in posizione strategica nella mappa dei traffici commerciali tra Oriente ed Occidente. Nonostante la fortunata posizopne geografica, si dovrà aspettare l’epoca di Settimio Severo (193-211 d.C.) per vedere valorizzata la città come sede militare avanzata. Settimio Severo inoltre abbellì la città con grandi edifici pubblici, un ippodromo imponente, terme monumentali e donò alla città il titolo di colonia romana. Quando Costantino (324-347) la scelse come sua dimora, Bisanzio era una città grande e ricca, ma Costantino la ampilò ancora rendendola degna della corte imperiale e cambiandole nome in Costntinopoli.
La città fu pensata da Costantino come una “Seconda Roma”, come la definì successivamente con un decreto, ma senza alcuna volontà di antitesi con l’Urbe: già con la tetrarchia si era cercato di rafforzare il potere imperiale, indebolitosi soprattutto nelle provincie lontane dal governo centrale di Roma e l’istituzione di questo nuovo centro di potere amministrativo doveva portare ad una stabilizzazione dell’Impero. Roma, già da tempo, non era più l’unico cuore dell’Impero: Diocleziano ad esempio aveva abbandonato Roma per vivere a Nicomedia, mentre Massimiano risiedette a Milano, Sardica, Tessalonica ed Antiochia. L’impero bizantino ha inizio nell’anno 395 d.C. quando l’imperatore Teodosio I (379-395) affida ai figli Arcadio ed Onorio rispettivamente la parte orientale e la parte occidentale dell’Impero romano. Mentre l’Occidente diventava un puzzle di regni barbarici, anche Costantinopoli ebbe un periodo di paralisi. Tra il IV ed il V secolo fu sede di violenti scontri per motivi religiosi (Eresia di Ario, monofisismo, Concilio di Costantinopoli). La situzione cambiò con l’ascesa al trono di Giustiniano (527-565), che credeva nella restaurazione dell’Impero, convinto che l’unificazione religiosa fosse il preludio dell’unificazione territoriale. I generali di Giustiniano, Belisario e Narsete, riconquistarono il territorio africano occupato dai Vandali e parte di quello spagnolo ocuupato dai Visigoti. Dopo vent’anni di guerra occuparono anche l’Italia e le isole del Mediterraneo. Questa ricostituzione dell’orbis Romanus non fu senza conseguenze, come per esempio la rivolta di Nika, dovuta a tensioni interne, che provocò un terribile incendio a Costantinopoli. Giustiniano ricostruì la città cercando di farne il simbolo della sua grandezza e di creare, attraverso una nuova arte, la nuova Costantinopoli. Con la ricostruzione della basilica di Santa Sofia, la Megàle Ekklesìa di Bisanzio, si può iniziare a parlare di arte bizantina, così come di storia e cultura. Giustiniano riorganizzò la struttura statale. A lui si deve inoltre la codificazione del diritto romano: nel 529 viene pubblicata la prima edizione in lingua
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latina del Codex Iustinianus, mentre nel 533 vennero pubblicati i cinquanta libri dei Digesta (sentenze dei giuresconsulti) e le Institutiones, destinate all’insegnamento. Dopo Giustiniano iniziano i problemi legati alle pressioni dei popoli orientali, degli Arabi ina Africa, degli Slavi e dei popoli germanici in Occidente. Durante il regni di Eraclio (610-641) l’Impero venne diviso in temi, cioè in territori ben definiti, ognuno dei quali costituiva un’unità amministrativa e militare allo stesso tempo, con a capo uno stratega.
Ciò che contraddistingue la cultura bizantina in tutte le sue espressioni è l’incontro – arricchito da apporti orientali – della grecità pagana con la nuova spiritualità cristiana e la fusione del vecchio e del nuovo mondo in una entità culturale autonoma ed originale. Suo merito fu la conservazione dell’eredità greco-classica per un periodo di più di 10 secoli, e la sua riconsegna, alla caduta dell’Impero d’Oriente (1453), al nuovo mondo europeo. Carattere distintivo dell’evoluzione storica dell’impero bizantino e la mancanza di quelle devastazioni, distruzioni e ricostruzioni che caratterizzarono il Medioevo dell’Impero d’Occidente, anche se Costantinopoli dovette sempre difendersi dai nemici che la circondavano.
Per quanto riguarda la medicina, bisogna distinguere tra le opere rimaste dagli scrittori medici e il rilievo sociale della medicina e della sanità pubblica. Per quanto riguarda i primi, si può dire che i medici bizantini costituivano di fatto un’unica setta galenica. Galeno non ha lasciato se non deboli tracce nella letteratura medica latina del periodo a lui successivo mentre il suo magistero fu determinante nel mondo di lingua greca tramite Alessandria, che di fatto è la responsabile della immensa fortuna postuma di Galeno. Alessandria si trova ad essere focale anche per i medici bizantini: sappiamo dalle biografie redatte nel IV secolo come gli studiosi si spostassero da un centro ad un altro e come Alessandria fosse il centro indiscusso della medicina.
Il crescente influsso di Galeno si evidenzia, ad esempio, nell’opera di Oribasio di Pergamo, discepolo del maestro alessandrino Zenone e medico personale dell’imperatore Giuliano (l’Apostata): le sue Collezioni mediche, opera enciclopedica sul sapere medico e compilata su richiesta imperiale, contengono per la maggior parte stralci di opere galeniche. Anche gli altri medici bizantini di rilievo, Paolo di Egina ed Aezio di Amida, si rifanno ai testi galenici se non alla stessa opera di Oribasio.
Ad Alessandria (così come era successo per i testi di medicina greca, confluiti nel Corpus Hippocraticum) si riordinano i testi galenici, privi di un ordine sistematico) a fini didattici: ne risultò
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un canone di 16 scritti da leggersi nella sequenza stabilita. Il canone comprendeva anche quattro soli trattati del Corpus Hippocraticum, cosicché Ippocrate veniva ad essere completamente adombrato da Galeno. Questa sarà la situazione, tra l’altro, che troveranno gli Arabi al momento della conquista dell’Egitto, situazione che influenzerà, come vedremo, pesantemente, la medicina occidentale dopo il Mille.
La sanità pubblica a Bisanzio
Le fonti storiche ci confermano la presenza del medico pubblico nelle città greche a partire dal V secolo a. C.: ogni città-stato cercava di assicurarsi la presenza di un medico (iatròs, poi archiàtros). In periodo imperiale si ritrova la figura del basilikòs iàtros (medicus palatinus) come medico dell’imperatore. Se Vespasiano (69-79) fissò i privilegi che venivano accordati al medico pubblico, questi vennero più o meno mantenuti anche dopo la separazione dell’Impero, e talora, come da Costantino o da Giustiniano, ampliati. Per volontà di Costantino anche a Bisanzio era stato garantito il diritto alla distribuzione gratuita del grano – la romana annona civis – che permetteva la sopravvivenza a tutti i suoi cittadini. Teodosio II riorganizzò l’approvvigionamento rendendolo costante, attirando così masse di affamati in città che superò Roma come numero di abitanti. La folla di inurbati indigenti necessitava di aiuti sanitari ed assistenziali: i primi centri di soccorso nacquero per volontà di alcuni monaci. Il monaco Macedonio, nominato vescovo nel 346 e nel 351-360, fu promotore della costruzione di una struttura monastica nella quale gli indigenti trovavano aiuti ed ospitalità ed i poveri malati venivano curati. Con Macedonio e con il suo allievo Maratonio nascono alcuni centri in città denominati  ovvero “ospizi per i poveri” ma di cui le fonti dell’epoca mettono in rilievo la duplicità dell’assistenza. Anche l’armeno Eustazio, anch’egli semi-ariano contribuì alla fondazione di centri di assistenza e cura, influenzando il pensiero di san Basilio. Basilio stesso fonda un complesso assistenziale dove specifica che sono presenti “infermieri, medici, portantini ed aiutanti”. Nel VII secolo si ricorda anche lo xenon di Christodotes che si trovava a fianco della basilica di Santa Anastasia, mentre a riguardo dello xenon (o nosokomeion) di Sampson abbiamo notizie della presenza di chirurghi e assistenti che praticano sui malati.
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La conquista araba
Nel VII secolo una vasta parte del mondo orientale venne invasa dai conquistatori arabi. La penisola arabica aveva conosciuto, assai prima dell’avvento di Muhammad, un periodo di grande civiltà, specialmente nella sua parte settentrionale dove si erano potute realizzare esperienze di civiltà sedentarie (al contrario delle regioni più desertiche centromeriodionali più adatte alla vita nomade). Del regno di Saba, collocabile nell’attuale Yemen, ci è noto fin dall’VIII secolo a.C. e il regno nabateo entrerà a far parte dell’Impero romano nel I secolo d.C.
Muhammad (o Maometto), nato nel 570 alla Mecca, riunì, non senza fatica, le tribù arabe intorno ad una nuova religione monoteistica simile a quella giudaico-cristiana ma con forti semplificazioni dottrinali e adatta ad una società allora prevalentemente tribale. Alla morte di Muhammad, nel 632, la nuova religione andò diffondendosi molto rapidamente nella regione mesopotamica e oltre, favorita dalla decadenza sia dell’impero romano che dell’impero persiano, entrambi lacerati da conflitti interni e di dissensi religiosi. I successori di Maometto, i primi quatto Califfi, dopo avere stabilizzatola situazione politica interna iniziarono una politica espansiva molto aggressiva: la vittoria decisiva nella battaglia dello Yarmuk (636) sugli eserciti bizantini di Eraclio dette inizio alla penetrazione araba verso oriente e, contemporaneamente, verso l’Egitto, occupando Alessandria (643), e penetrando nella Cirenaica. Con la dinastia califfale degli Ommayyadi continuò l’espansione dell’Islam con la conquista degli attuali Afghanistan ed Uzbekistan e l’espansione nell’India nord-occidentale. Contemporaneamente, nel 711 le forze arabe sbarcano a Gibilterra ed iniziano la conquista di Spagna e Portogallo, strappandole ai Visigoti Furono fermati solo sui Pirenei nella storica battaglia di Poitier del 732, sconfitti dai Franchi di Carlo Martello. Nel 750 la dinastia Ommayyade fu sostituita da quella Abbaside. All’epoca dei primi quattro califfi, la capitale dell’impero musulmano era Medina e gli Ommayadi la avevano spostata a Damasco. Gli Abbasidi la spostarono ancora più ad est nella città di Baghdad. La prima dinastia Abbaside regnò fino al 1258 e sotto questa dinastia vi fu la conquista della Sicilia che fu araba dall’827 fino al 1091, quando fu conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo. La dinastia ebbe termine quando l’ultimo califfo fu sconfitto ed ucciso dai Mongoli. Da quel momento il controllo dell’Impero fu preso dai Mamelucchi (ex schiavi degli Abbasidi) ed i Califfi della seconda dinastia Abbaside (1258-1517), che risiedevano al Cairo. Nel frattempo una nuova realtà stava per cambiare completamente il quadro storico dell’Islam: l’avanzata dei Turchi. Questi erano in origine una popolazione nomade dell’Asia centrale che, nella loro espansione verso occidente, si convertirono
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presto all’Islam. La loro espansione fu irrefrenabile e, dopo essersi stanziati nella parte orientale dell’Impero Abbaside, iniziarono la conquista dell’Europa Orientale. Nasceva così l’Impero Ottomano che durò fino al 1918, quando fu smembrato come conseguenza della sconfitta nella prima guerra. Nel 1453, sotto il Sultano Maometto II°, l’Impero Ottomano conquistò Costantinopoli (Bisanzio), mettendo così fine alla millenaria storia dell’Impero Romano d’Oriente.
La medicina araba
Alessandria come centro di irradiazione della cultura medica era destinata a perire, dopo la conquista araba, anche se questa sorte non fu condivisa dai testi medici: anzi la ricezione che la medicina galenica ebbe in lingua araba fu pari se non superiore alla sopravvivenza del galenismo in ambito bizantino.
La scuola di Alessandria aveva i suoi adepti anche in Siria, dove si assiste, nel VI secolo ad una intensa opera di traduzione in siriaco dei testi medici greci, specie grazie all’opera di Sergio di Rēšʽainā che tradusse in siriaco almeno 27 opere di Galeno. Questa ricezione di galeno sui medici siriaco-cristiani che esercitarono la loro attività alla corte della dinastia abbaside fu grandissima ed erano disposti a pagare personalmente nuove e migliori traduzioni. Nel IX secolo Hunayn ibn Ishāq, di origine arabo-cristiana al servizio del califfo abbaside di Baghdad traduce in arabo dal siriaco le opere galeniche. Il passaggio dal siriaco all’arabo avvenne piuttosto rapidamente favorito soprattutto dal fatto che fra i musulmani più influenti c’era un discreto numero di persone interessate ad una cultura enciclopedica. La vita intellettuale nei domini islamici era abbastanza omogenea, per cui anche la medicina galenica recepita nel IX secolo a Baghdad fosse diffusa allo stesso modo da Cordova a Bukhara.
Se la medicina bizantina non mostra particolari segni di originalità, nell’Islam si ebbero, talora, manifestazioni originali del pensiero scientifico, anche medico, arrivando anche a sottoporre a critica l’insegnamento galenico o a aderire maggiormente ai modelli del Corpus ippocratico.
La storia della medicina araba si divide per convenzione in tre grandi periodi: il primo, che abbiamo già visto, concentra l’attenzione sulle traduzioni delle opere della tradizione greca (ma anche persiana e indiana), il secondo, denominato anche “periodo aureo” va da X al XII secolo, seguito dalla cosiddetta “decadenza” che si conclude nel XIII secolo.
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Dell’età aurea, il rappresentante principale può essere considerato il medico-filosofo Rhazes, forse il pensatore più indipendente di tutto il medioevo islamico. Fu direttore dell’ospedale di Baghdad e della sua città natale di Rayy ed ebbe un gran numero di discepoli. Ribadisce che nella medicina non devono esserci arresti e che perciò si vede costretto a criticare Galeno, così come Galeno stesso aveva criticato i suoi maestri. La sua opera più importante è il Kitāb al-hāwī fi al-tibb, nota in latino col nome di Continens, raccolta postuma dei suoi scritti ed appunti di lezione: contiene un enorme numero di osservazioni cliniche, secondo lo spirito del Corpus Hippocraticum. Famoso il suo trattatello sul morbillo ed il vaiolo, che verrà tradotto in Europa nel XVIII secolo.
Nel periodo successivo si hanno ulteriori sviluppi del pensiero medico islamico, specialmente per quanto riguarda l’applicazione della medicina “umorale” (o meglio delle qualitates”). Inoltre grazie alla ricezione delle Arie acque e luoghi ippocratico e dal suo commento galenico, si svilupparono i rapporti fra salute e geografia e specialmente i rapporti tra salute e astrologia, che però nel mondo arabo rimasero abbastanza controversi.
A partire dal X secolo compare una letteratura che tenta di sintetizzare ed enciclopedizzare l’opera galenica, come l’opera di ‘Alī ibn al–‘Abbās al-Mağusi, tradotta da Costantino Africano come Pantegni. Ma sono sempre più gli scrittori che criticano Galeno, specialmente i peripatetici più ortodossi che male accettavano il platonismo galenico. Al Fārabi (m. 950) cerca di risolvere le contraddizioni esistenti tra medicina e filosofia con un attacco indifferenziato ai filosofi medici, Galeno in testa: importante il suo tentativo di separare la medicina dalle scienze naturali, negandone la dignità di scienza e ”declassandola” ad arte pratica. Tra i grandi autori arabi di questo periodo spicca per importanza ed originalità di pensiero uno studioso che fu al contempo filosofo e medico di grande fama: Abu Ali al-Hussein Ibn Sina noto con il nome di Avicenna. La sua influenza sulla medicina occidentale fu grande, specialmente attraverso un’opera che divenne presto uno dei libri di medicina più utilizzati nell’ambito universitario: il Qanun fit at-tibb, tradotto da Gherardo da Cremona in latino col nome di Canon Medicine. L’opera, volta a sistematizzare il pensiero medico antico, è divisa in cinque libri a seconda della materia trattata: il primo libro tratta della medicina teorica, il secondo dei medicamenti semplici, il terzo delle malattie trattate a seconda della loro localizzazione, il quarto delle malattie generali, il quinto della farmacologia cioè della preparazione dei medicinali. Il Canone è innegabilmente legato alla tradizione aristotelica dei quattro elementi così come è
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derivata dagli studi galenici la sua concezione anatomica, anche se spesso e volentieri qualora i due grandi studiosi antichi vengano in contrasto la predilizione di Avicenna per Aristotele piuttosto che per Galeno è fuori discussione. Sebbene il trattato si presenti come una sorta di enciclopedia medica, esso risulta essere in realtà più una sapiente erudizione libresca che non piuttosto una raccolta sistematica di osservazioni ed esperienze personali.
In questa sede non è interessante mostrare le caratteristiche della medicina islamica quanto il debito che l’Occidente medievale contrasse con la ricezione arabo-islamica della medicina di lingua greca, che di fatto scomparve (ma era esistita poco anche nella tarda antichità) nell’Occidente medievale. E’ chiaro che quando i testi galenici ritorneranno in Occidente, saranno testi trascritti, tradotti e “traditi”, come sempre succede nelle opere di traduzione, da autori / scienziati che tentarono spesso un difficile connubio tra Galeno (e talora Ippocrate) e la filosofia greca, specialmente aristotelica. Questo, ovviamente è solo un discorso di testi e non di prassi, ma come abbiamo visto, prassi e testi talora si uniscono (non sempre, ovviamente, ma quando lo fanno nasce ogni volta non tanto una medicina nuova quanto una nuova figura di medico): sarà dalla disponibilità dei testi arabi, tradotti ancora e questa volta in latino che l’Occidente dopo il Mille potrà “risistemare” la medicina fuori dalle “scienze meccaniche” dove era stata nuovamente relegata nell’Alto medioevo.
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Alto Medioevo in Occidente
Dal punto di vista delle istituzioni, il passaggio tra tarda antichità e medioevo fu un fenomeno traumatico (non per nulla la suddivisione tra tarda antichità e alto medioevo è una “invenzione” degli storici delle Istituzioni) ma molto probabilmente per la gran parte della popolazione e comunque della società questo passaggio fu avvertito in maniera relativa (un po’ come il contadino uzbeko al tempo della caduta del Muro di Berlino e al collasso amministrativo dell’Unione Sovietica. La situazione ovviamente non era omogenea: le città mutarono più delle campagne, l’Italia più della Gallia (e della Britannia, che aveva prima degli altri sofferto la crisi istituzionale dopo il ritiro dell’amministrazione romana all’inizio del V secolo d.C.), l’est più dell’ovest, anche se in definitiva il V secolo si apre con una situazione territoriale ancora stabilmente regolata a livello di diokesis da quei membri del patriziato romano o del notabilato locale che, dopo l’editto di Costantino e la cristianizzazione (quasi esclusiva) dei centri urbani, erano diventati vescovi e quindi in qualche modo amministratori e responsabili di uno “stato” laico che non c’era più e di un altro spirituale che non c’era ancora (con un vescovo di Roma primus inter pares rispetto agli altri e forse con maggiori problemi dei suoi colleghi). Il monachesimo, che in questo periodo trova il suo massimo sviluppo, rappresenta esso stesso una regolamentazione del territorio, talora in contrapposizione a quello episcopale, attraverso una rete di possedimenti che rendono il monastero una struttura “signorile” (con i suoi dipendenti laici, generalmente di stato servile) fortemente strutturata ma aderente ad un modello di vita (per i “signori”, ovvero per i monaci ) basata su una rigida regola spirituale. Il resto del territorio viene controllato dai laici, a vario titolo: piccoli proprietari, vecchi latifondisti nell’Italia Meridionale e così via. Una struttura sociale e territoriale che verrà regolarmente messa in crisi ma mai dissolta, in Italia, dall’arrivo dei “barbari” (chiameremo così i vari popoli, spesso strutturati semplicemente a livello di chefferies, che traversarono il nostro Paese generalmente per saccheggiare, come era successo nel secolo precedente) o dal tentativo bizantino di riunire la Penisola in un unico dominio.
Il passaggio a qualcosa di diverso si ebbe, in Italia, nella metà del secolo successivo, quando una doppia crisi sconvolse la società a tutti i livelli, ovvero i venti anni di Guerre Gotiche e la peste (quella cosiddetta di Giustiniano), questa preceduta da una carestia senza precedenti. Una crisi profonda soprattutto demografica che porterà (stavolta davvero) a un collasso del territorio.
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L’arrivo di Alboino con i suoi Longobardi, di fatto un piccolo e composito esercito, fu la fase finale della crisi accompagnata da un riassetto territorio peninsulare che si troverà diviso tra nord e sud per la prima volta e per sempre.
Nonostante che i rilievi archeologici mostrino una regressione dei centri urbani, in effetti non vi fu un vero abbandono quanto una diversa destinazione d’uso degli spazi pubblici che, dopo il collasso amministrativo imperiale, non avevano ormai più senso di esistere. Tra l’altro il riutilizzo di materiali edilizi di vecchie insulae cittadine mostrano una certa vivacità sociale, che dovette certamente rallentare se non subire un trend negativo alla metà del secolo VI, sia per il protrarsi nel tempo ma anche nello spazio delle guerre goto-bizantine che per il decremento demografico, difficile da quantificare ma che probabilmente fu molto vistoso, dovuto alla contemporaneità (come del resto si riscontra in questi casi) di carestia / catastrofe alimentare e mortalità epidemica da peste bubbonica, che per la prima volta nella storia del mondo occidentale si affacciò alle sponde del Mediterraneo. Senza contare la paralisi dei commerci marittimi per la presenza di pirati musulmani provenienti dalle coste africane e di navi da guerra bizantine. Insomma, alla fine del VI secolo si è quasi compiuta la trasformazione del paesaggio antropico e sociale, territorio che troverà nuove sistemazioni nei secoli successivi con la dominazione franca ed il consolidarsi dei domini signorili della nobiltà di stirpe longobarda, ormai stabilmente insediata nel territorio.
Questo quadro è ovviamente incompleto e parziale: la parzialità è il suo italo-centrismo che d’altronde può essere giustificato dal fatto che la penisola italiana era la principale terra dell’Impero e che subì certamente il maggior divario tra benessere tardo-antico e nuovo status altomedievale. Anche se, ad essere sinceri, le evidenze che abbiamo degli insediamenti rurali mostrano fenomeni di lunga e lunghissima durata dovuti alle caratteristiche produttive.
L’alto medioevo, nella sua seconda parte (IX-X secolo) si complica per la presenza di due fenomeni fondamentali: l’organizzazione feudale delle proprietà terriere (fenomeno presente nelle Gallie e nelle Germanie e con forme diverse anche in Italia centrosettentrionale) e l’incastellamento. Questo secondo fenomeno, nato per la difesa dagli attacchi ungari che devasteranno tutta la penisola a brevi e rapide ondate successive dall’862 al 955, darà rapidamente luogo all’istituzione di signorie locali e ad un controllo frammentato e multiforme del territorio, con la creazione di microeconomie locali che saranno poi il nucleo su cui germinerà quella che gli storici chiamano la
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“rinascita del secolo XIIQuesto mostra come certi storici, fortunatamente pochi, manchino del senso del ridicolo.
La medicina
Generalmente si afferma che nell’alto medioevo, dopo il collasso delle strutture amministrative dell’Impero Romano, i medici laici continuarono ad esercitare nelle città, divenute in genere meno abitate e più rare. Ma la cultura medica antica, almeno in parte, fu conservata nei monasteri, attraverso l’opera sia dei copisti che salvarono alcune grandi opere mediche dall’oblio, sia degli infirmarii, veri e propri luoghi di ricovero e cura dove monaci-medici pensavano alla salute dei confratelli. L’analisi, seppure nella sua estrema sintesi, corrisponderebbe a verità se non fosse che la “cultura medica antica”, almeno in Occidente, si era se non persa, almeno sbiadita già dopo il III secolo. La divisione dell’Impero tra Oriente ed Occidente aveva portato, tra i suoi risultati, ad un Occidente di lingua latina e ad un Oriente di lingua greca, con il risultato che la diffusione di testi medici, quasi esclusivamente in lingua greca , rimanesse appannaggio dell’area greco-bizantina dove peraltro non si continuò tanto a produrre nuova letteratura quanto a conservare e chiosare la precedente oppure a diffonderla verso nuove zone di interesse, mediante traduzioni, come nel caso del siriaco e della diffusione ad oriente dei testi galenici. Insomma, come abbiamo visto, nell’Occidente tardo-antico i testi di medicina si riducono essenzialmente ad elenchi organizzati di rimedi accompagnate da poca teoria. La situazione passa così, direi in maniera silenziosa, all’alto medioevo. Ovviamente il corpus testuale subisce una ulteriore contrazione dovuta alla scelta dei materiali da copiare negli scriptoria monastici, ma questa contrazione è relativa perché la contrazione dei testi d’uso era già avvenuta. Non così a Bisanzio, dove si continua a copiare e conservare la letteratura (o le epitomi) galenica e ippocratica, tanto che i testi greci di medicina (quelli “originali” e non mediati dai traduttori arabi) ritorneranno in Occidente, pressoché intatti, nel Rinascimento dopo il Concilio di Firenze.
Certamente il già magro corpus medico in lingua latina della Tarda Antichità verrà ulteriormente assottigliato dalla scelta dei bibliotecari monastici: scompare di fatto l’opera di Celso ed una parte dei peraltro pochi scritti latini di Galeno, insomma si riduce sostanzialmente quella parte teorica della medicina che evidentemente adesso non riveste quell’importanza che si presume abbia avuto nei secoli d’oro dell’Impero. Il “presume” è ovviamente provocatorio: se gli storici della
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medicina non si danno pace riguardo all’assenza di “scuole mediche” nell’alto medioevo, spacciando un centro di copiatura di testi come la “scuola di Ravenna”, di fatti le “scuole mediche”, intese come centri pubblici di insegnamento, non c’erano mai state. La formazione, come abbiamo visto per Galeno era una formazione pratica: il tentativo, peraltro riuscito ma evidentemente effimero di Galeno di risollevare lo status del medico deve essere considerato realmente una eccezione. Se ancora nel XIII ? secolo Vincenzo di Beauvais classifica la medicina tra le artes mechanicae al pari dell’arte della navigazione e della lavorazione della lana, significa perlomeno che il medico si forma “a bottega” di un altro medico e che la medicina era una disciplina eminentemente pratica. Da qui la scarsità di testi teorici e la relativa abbondanza di testi farmacologici e di diagnostica pratica, quali il Galenico De modo medendi ad Pisonem o gli Aforismi di Ippocrate. La discrepanza fra il testi circolanti nel mondo bizantino e quelli circolanti nell’Occidente altomedievale, gli uni ancora imperniati su un fondamento teorico di derivazione galenica e gli altri più o meno semplici prontuari diagnostico-terapeutici non è da attribuirsi soltanto al problema della lingua: se il testo medico nasce da una esigenza professionale, ben diversa quindi era la tipologia degli utenti del medico tra oriente ed occidente: qui insediamenti spesso parcellizzati e città che avevano perso o avevano riacquisito un diverso apparato politico ed amministrativo con una economia generalmente basata sulla sussistenza (a parte alcuni beni da sempre commerciati quali i beni di lusso e le spezie), a oriente un mondo gerarchizzato e produttivo con almeno una metropoli, Bisanzio, in grado di sostenere una richiesta di medici colti e una struttura di medici pubblici. Dopo il X secolo, quando la compensazione del decremento demografico altomedievale, l’introduzione di nuove tecniche agricole (e di controllo, anche in senso produttivo, del territorio) comincerà a produrre nuovamente eccedenze e permetterà la rinascita delle città e una nuova classe di artigiani e commercianti, la medicina sentirà l’esigenza di ridarsi uno statuto epistemologico solido. La società altomedievale non sente questa esigenza, non ha bisogno di un surplus culturale per il mantenimento della salute né i medici evidentemente aspirano ad uno status sociale diverso. Anche perché, a voler ben guardare, i testi teorici erano ancora presenti nei centri culturali dell’Italia Meridionale di influenza greca, come ad esempio a Vivarium, monastero fondato da Cassiodoro e particolarmente vivace nella conservazione del patrimonio testuale medico antico. Senza pensare ai numerosi medici ebrei, generalmente colti, particolarmente attivi proprio nell’area meridionale.
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Il basso Medioevo
Dopo il Mille, una volta neutralizzato il pericolo delle scorrerie ungare e saracene che avevano portato al fenomeno dell’incastellamento e quindi della nascita di signorie locali indebolendo il potere imperiale centrale, si assiste ad una “rinascita” della società occidentale caratterizzata da un notevole incremento demografico, che andrà finalmente a compensare l’impressionante decremento del VI secolo, dall’introduzione di nuove tecniche agricole (il giogo, l’aratro pesante, il mulino ad acqua ecc.) e quindi da una spinta economica importante verso la produzione ed il commercio. Se da un lato si ha un’espansione della campagna a spese dell’incolto e la nascita di una nuova signoria terriera , dall’altro l’uso esteso di strumenti tecnici e organizzativi di tipo nuovo rende possibile il distacco dalla terra di quote di lavoratori che si indirizzano sia alla produzione degli strumenti lavorativi più elaborati che permettono la realizzazione del sovrappiù, sia alla commercializzazione del sovrappiù stesso. In definitiva si attua una più allargata divisione sociale del lavoro. Lo sviluppo produttivo dei secoli XI-XIII, aprendo gli orizzonti dei contadini verso nuove terre, nuovi insediamenti e nuovi modi di vita, conferisce loro un maggiore potere contrattuale. L’accrescersi delle forze produttive porta all’emergere di una molteplicità di bisogni a cui viene data soddisfazione attraverso una ulteriore divisione sociale del lavoro. Tutto ciò è in sintonia con lo sviluppo di concentrazioni insediative, le città, in cui le diverse produzioni sono tra di loro funzionalmente interdipendenti in quanto collegate, attraverso il mercato, con i vari bisogni della popolazione, urbana e rurale, circostante. La città diventa un centro di produzione di prodotti artigianali ed è, al tempo stesso, un prodotto dell’attività artigianale e mercantile. Se la produzione e la commercializzazione che si svolgono nell’ambito della divisione sociale del lavoro tra campagna e città appaiono le causali di tipo generale che spiegano la nascita-rinascita e lo sviluppo dei centri urbani, non bisogna però dimenticare una serie di altri fattori (politici, militari, ecc.) che concorrono al medesimo fine. La “rinascita urbana” si manifesta infatti in una pluralità di forme a testimonianza di retaggi culturali ancora presenti e di un processo storico che si va sempre più arricchendo e differenziando nelle varie regioni d’Europa. Al centro di questo processo stanno “uomini nuovi” che operano nell’ambito della produzione di beni non agricoli (artigiani) e nella loro commercializzazione (mercanti) e sulla cui attività occorre soffermarsi perché essi rappresentano gli artefici di quei presupposti che portano, assieme alla rinascita urbana, alla divisione tra campagna e città come subordinazione delle campagne alla politica, alla economia e alla cultura delle città.
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I ceti urbani, nonostante i crescenti dislivelli di status al loro interno, si trovano compatti quando si tratta di opporsi ai vecchi poteri (imperatore, signore feudale, vescovo) servendosi dei contrasti tra questi per conquistare spazi di autonomia e di privilegio a spese, in primo luogo, delle campagne. Progressivamente le città si conquistano e si danno i propri statuti che sanciscono la fine dei vincoli feudali all’interno dei centri urbani e l’affermarsi della nuova autorità comunale. La città, in quanto moltiplicatrice di rapporti umani e di esperienze creative e ricreative, è essa stessa un prodotto culturale: l’accresciuta complessità delle produzioni e degli scambi fa sentire ai ceti in ascesa (artigiani, mercanti, banchieri) l’esigenza di possedere strumenti di calcolo, di lettura, di comunicazione scritta e parlata in varie lingue, esigenza che troverà realizzazione nei loro figli per mezzo di apposite scuole di cui le nascenti Università (a Bologna, Parigi, Oxford, ecc.) sono l’espressione massima di elaborazione intellettuale e di trasmissione culturale. Le scuole istituzionalizzano nel ceto urbano dominante quelle capacità che permettono il dominio politico ed economico e la sua trasmissione in seno ad una stessa famiglia.
All’apogeo della floridezza economica delle città, nonostante i problemi politici che videro in Italia l’affrancamento dei Comuni verso i poteri tradizionali e oltre le Alpi la formazione degli Stati Nazionali, l’arrivo della Peste nera nel 1348 rimise in discussione gli equilibri economici e demografici. Molte città rimasero spopolate, molte terre dovettero essere abbandonate per mancanza di braccia. Entrò in crisi anche la produzione manifatturiera e artigianale. Nella seconda metà del Trecento iniziò quindi un nuovo, lungo ciclo demografico, caratterizzato da espansione, stagnazione e crisi, che durò fino al XVII secolo: la Peste del 1348 quindi, traumaticamente, mise fine al Medioevo, nonostante che per vari motivi il Medioevo si faccia scolasticamente terminare con la scoperta delle Americhe (o, magari con qualche ragione in più, con la caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II nel 1453).
La nascita delle Facoltà di Medicina
Se per tutto l’Alto medioevo manca una vera e propria scienza o filosofia della natura legata alla medicina, tra il XI e il XIII secolo si iniziò un processo volto alla ricostituzione di una medicina a fondamento prevalentemente teorico, a partire dai primi, concreti tentativi fatti dai medici salernitani sulla base della disponibilità dei testi arabi di medicina, tradotti in quel periodo in ambito cassinense da Costantino l’Africano.
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Anche se non esiste fino al XII secolo alcuna prova documentaria di una Scuola, sicuramente a Salerno c’era una lunga tradizione d’insegnamento medico: nell’Historia inventionis ac translationis et miracula sanctae Trophimenae, testo agiografico del X secolo, troviamo che, verso la fine dell’VIII secolo, a Salerno viveva un tale Gerolamo, archiatra, famoso per la sua grande scienza e per la sua biblioteca medica formata da immensa volumina, soprattutto di carattere medico; al secolo successivo si ricondurrebbe l’attività medica di Trotula salernitana, di per sé personaggio storicamente controverso, ma che indicherebbe una tradizione locale di “matrone-medico”. Nella vicina Montecassino, inoltre, sotto l’abate Desiderio, Costantino l’Africano, alla fine dell’XI secolo, come abbiamo già visto, tradusse dall’arabo numerosi testi: trattati di dietetica, patologia, farmaceutica, che incrementarono considerevolmente le conoscenze occidentali sulla diagnosi, terapeutica e farmacologia e testi di medicina teoria: le due opere più importanti che tradusse Costantino sono la Ysagoge di Giovannizio e il Pantegni, una libera interpretazione del Libro regale di Haly Abas, derivato dall’Ars Magna o pantechne di Galeno, destinato a diventare il testo fondamentale di riferimento prima dell’adozione del Liber Canonis di Avicenna. Tutti questi testi, infatti, non rappresentavano una creazione originale dal pensiero islamico, ma provenivano direttamente dai testi medici d’ambito ellenistico di cui gli arabi erano venuti in possesso dopo la conquista di Alessandria e del mondo mediterraneo orientale.
Costantino fu considerato per molto tempo come un autore di plagi in quanto, oltre a porre la propria firma sulle sue traduzioni, non volgeva letteralmente i testi ma li elaborava adattandoli alla cultura occidentale, operando a volte anche delle pesanti modifiche: tuttavia, è proprio per merito di questi adattamenti che i testi arabi furono assimilati dal mondo occidentale e cristiano senza particolari opposizioni.
Grazie a questo nuovo corpus di testi i medici salernitani furono i primi ad iniziare il processo di riscatto della medicina teorica: con i commenti alla Ysagoge i maestri salernitani precisarono la loro ideologia sulla medicina e sui suoi principi, tentando di dare alla scienza medica una collocazione precisa nell’ambito del sapere umano. La medicina era infatti considerata come un’ ars mechanica e non rientrava, quindi, né nelle arti del trivio, che erano grammatica, retorica e dialettica, né in quelle del quadrivio, aritmetica, geometria, astronomia e musica. Nella seconda metà del XII secolo venne divisa la filosofia, cioè l’intero sapere umano basato sulla ragione, in etica, logica e teorica, comprendente a sua volta la metafisica, la matematica e la fisica: ed è
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proprio dalla fisica che si fece dipendere la medicina, divisa in teorica, intesa come scienza delle cause e in pratica, cioè la scienza dei segni.
Per l’insegnamento i salernitani, in contemporanea con i maestri di Montpellier, si ispirarono alla scuola tardo-alessandrina sviluppando il genere del commento, basato sulla lectio e sulla quaestio, applicando anche alla medicina il procedimento della giurisprudenza e della teologia per risolvere gli argomenti contraddittori.
La costituzione di una solida base teorica per la medicina era fondamentale per poter accedere all’insegnamento medico nell’ambito della nascente Università. Entrare nell’Università significava avere la possibilità di fare carriera, di avere fama, onore e ricchezza: il medico, infatti, era “l’ospite naturale di quelle miniere di cariche che erano le corti” e così le varie Università che cominciarono a sorgere nelle città culturalmente ed economicamente più vivaci dell’Europa iniziarono ad essere frequentate da studenti che non ricercavano più la via della perfezione monastica attraverso lo studio delle arti liberali, bensì da coloro che ricercavano una cultura in grado di preparare ad una professione, quale quella del medico o del giurista, in grado di garantire una carriera ecclesiastica o civile.
I testi che furono usati in ambito universitario per la formazione del medico, non provenivano soltanto da Montecassino. Le scuole di traduzione dei testi arabi e greci sorsero un po’ ovunque in tutta l’Europa: ad esempio in Inghilterra il vescovo di Lincoln, Roberto Grossatesta, instaurò ad Oxford un importante centro di traduzione di opere greche, un altro fu la magna curia palermitana sotto il regno di Federico II che costituì un grande centro di attrazione per i maggiori dotti europei, tra cui Michele Scoto (1180-1235), scrittore di opere scientifiche, astrologiche e magiche che contribuì alla diffusione delle opere di Averroè, Aristotele e di Alpetragio.
Per la medicina, dopo Montecassino, un centro molto attivo fu quello di Toledo, centro che non pare abbia avuto una speciale fama di scuola di insegnamento medico, ma in cui venne tradotto un considerevole corpus di testi scientifici e medici. Dopo circa mezzo secolo dalla riconquista cristiana della città da parte di Alfonso VI di Castiglia, Raimondo, primo arcivescovo di Toledo (1125-1151) vi installò una scuola di traduzione con l’aiuto dell’arcidiacono Domenico Gundissalvi. Nello spazio di trent’anni si tradussero in latino le opere astronomiche di Albumasar, Alcabizio, Alfregeno e Albotegni, il De Intellectu di al-Kindī, opere filosofiche di al-Gazzālī, il Fons vitae di Avicebron, l’Almagesto di Tolomeo, opere scientifiche e parte del corpus aristotelico contenente la
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Physica, De caelo et mundo, De generatione et corruptione e parte dei Meteorologica. A Toledo furono anche tradotte, dal XII secolo, la maggior parte delle opere di Avicenna sotto la direzione di Domenico Gundissalvi, aiutato da Ibn Daūd (Avendauth o Giovanni Ispano), israelita di lingua araba celebrato come il traduttore del corpus avicenniano. Di Avicenna, nella prima metà del secolo furono tradotte la parte di logica e fisica dello Sīfā’, mentre nella seconda metà del secolo fu tradotto il Canone. La sua traduzione fu merito di un chierico italiano che passò la maggior parte della sua vita a Toledo, Gherardo da Cremona, con l’aiuto del suo accolito, il mozarabo Galippus. Gherardo fece un’impresa notevole traducendo l’opera medica avicenniana vista la sua mole, la complessità e la sua natura tecnica anche se, bisogna notare, che la sua traduzione contiene numerosi errori e passaggi oscuri, oltre che numerose traslitterazioni di parole arabe riguardanti soprattutto i nomi di piante e minerali dalla non facile identificazione. Per far fronte a questo problema, a partire dal XIII secolo, si iniziarono a compilare dei glossari, dei lessici, come ad esempio la Clavis sanationis di Simone da Genova, che fornivano l’equivalente latino dei termini arabi traslitterati, non solo di quelli presenti nel Liber Canonis, ma anche di quelli presenti negli altri diversi testi arabi a disposizione.
Una svolta nell’insegnamento medico universitario si segnala nel cinquantennio che va dal 1270 al 1320: in questo periodo si assiste all’ingresso, nel pensiero scientifico europeo, dell’aristotelismo, che segnò un nuovo modo di considerare i fenomeni naturali al di fuori di ogni preoccupazione teologale, attraverso l’applicazione di metodi e strumenti razionali. Il Timeo di Platone lasciò quindi posto ai testi di Aristotele, che divennero noti sia dalla traduzione dall’arabo avvenuta in un primo tempo nel 1210 da Michele Scoto a Toledo, che da quella dal greco, eseguita da Guglielmo di Moerbeke nel 1260 circa. La filosofia aristotelica entrò nelle università, dove fu applicata e sviluppata, non per il tramite della teologia, bensì per mezzo di ciò che era in relazione con l’istruzione medica, e questo fu possibile anche in quanto i medici medievali riuscirono a rendere autonomo il sapere laico della medicina dalle istituzioni ecclesiastiche alla quale appartenevano come chierici. Nello stesso periodo, inoltre, furono introdotti dei nuovi testi, tra cui il “nuovo” Galeno nelle traduzioni di Burgundio da Pisa e di Gherardo da Cremona e, soprattutto, il Liber Canonis di Avicenna come testo base d’insegnamento, inizialmente adottato accanto all’Articella ma, dalla metà del secolo, riconosciuto come strumento indispensabile per l’insegnamento medico, per la pratica chirurgica ed anche come strumento di riferimento per la filosofia naturale, dato il suo carattere di tipo enciclopedico.
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Il sistema medico di Avicenna si basava su informazioni tratte dalla fisica, dalla matematica e dalla metafisica, mentre i concetti, le quattro cause, gli elementi, i temperamenti, gli umori e le facoltà, derivavano dalla filosofia, dalla fisica e dalla biologia del mondo antico, essenzialmente di provenienza galenica ed aristotelica. Avicenna inoltre introduce la teoria dell’interazione tra le quattro cause aristoteliche, stabilendo non solo l’unità tra gli organi e le loro funzioni nel corpo, ma anche la relazione tra il corpo stesso con il tempo e lo spazio del mondo esterno, che avrà un peso considerevole non solo nell’ambito della filosofia naturale, ma anche, seppure filtrato e attenuato, nell’ambito della teologia, specie tomistica.
In ambito medico universitario, l’aristotelismo fece rinascere la discussione su come considerare la medicina, se arte o scienza: Aristotele poneva una distinzione nella medicina tra episteme e techne, termini poi tradotti in latino con scientia ed ars, secondo cui la scienza riguardava le cose universali e necessarie, le cui dimostrazioni derivavano dai principi primi, mentre per arte si intendeva un qualcosa legato al contingente. Aristotele considerava la medicina come un’arte, differenziandosi così dalla tradizione salernitana che attribuiva lo statuto di scienza sia alla teoria che alla pratica medica.
La medicina però non era una scienza propriamente detta, in quanto comprendeva anche una parte pratica, operativa, anche se si differenziava dalle arti meccaniche in quanto non poteva prescindere dalla sua parte speculativa: pratica e teoria non erano quindi in opposizione, bensì in coordinazione.
Nelle Università la practica era considerata al pari della theorica in quanto vera scientia anche per struttura formale, con i propri principi, le proprie procedure logiche e argomentative, in quanto modi operandi sunt probati hiis demonstrationibus evidentibus. La discussione di questa tematica divenne un topos quasi obbligatorio nelle introduzioni dei vari commenti dei testi generali di medicina, in cui venivano trattati gli statuti, la struttura e la posizione della materia.
Una delle caratteristiche della practica era la sua vasta letteratura, composta da diversi generi a seconda di che ne era il fruitore: mentre il commento restò il prodotto di un insegnamento di alto livello, per l’opus si hanno raccolte di consigli, ricette ed experimenta. Dal XIII secolo si diffusero in tutta Europa, a partire da Bologna, l’uso di redigere i Consilia, trattatelli su singoli casi reali o immaginari a riguardo di una singola patologia riscontrata in un paziente di cui veniva resa nota l’età, lo status sociale, la complessione, i sintomi, il piano terapeutico e le cure realmente
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effettuate. I Consilia, anche se atti particolarmente alla pratica, furono raccolti e copiati sia dai maestri che dagli allievi a scopo didattico ed editoriale assumendo la forma di trattato specialistico strutturato in divisiones, dubia et responsiones, suppositiones, conclusiones, problemata e solutiones, tipico dell’insegnamento speculativo.
Lentamente la practica andò incontro ad un processo di rivalutazione: considerata per molto tempo secondaria rispetto alla speculazione. Dalla fine del XIV secolo, complici anche le varie epidemie, soprattutto quella di peste del 1348, si assistette ad un aumento della sua importanza tanto che, nel tardo Quattrocento, i medici più importanti operavano in practica mentre la teoria veniva considerata soltanto come propedeutica.
L’aver potuto vantare una traditio di testi, risultò di fondamentale importanza nel momento in cui si ebbe la normalizzazione del sapere medico nelle Università, in quanto il corpus costituisce di per se stesso una garanzia d’identità disciplinare e di stabilità delle conoscenze, un requisito di scientificità e certezza. Con la normalizzazione della disciplina medica, e quindi di un modello di medico-erudito, figure professionali come vetule, barbieri, sortilegi, alchimisti, ostetrici, giudei conversi, non avendo seguito un regolare corso di studi e non appartenendo alla corporazione medica la cui identità scientifica e professionale si stava rafforzando, furono emarginati in quanto esercitavano illegittimamente e senza permesso: erano visti come layci e banditi anche in quanto prediligevano operare nello spazio domestico privato piuttosto che nelle pubbliche piazze, nei pubblici ospedali o nei campi di battaglia.
Il medico nella società bassomedievale
Il medico cittadino “colto” della città, a partire dal XIII secolo, si colloca in una situazione sociale ben diversa da quella dei suoi predecessori, che professavano un’arte “meccanica” sulla scorta di un apprendistato artigianale basato solo in parte sulla conoscenza dei testi: la complessa conquista da parte dei medici della cittadella del sapere universitario aveva dato i sui frutti e quindi questo ormai agivano e vivevano in una società nella quale erano riservate, per loro, fama e ricchezza: due cose ovviamente molto ambite ma difficili tanto da conquistare come da mantenere. D’altronde il medico possedeva anche un potere sociale e politico che gli derivava proprio dall’esercizio della medicina scientifica, vale a dire di una disciplina che aveva avuto
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proprio in quel periodo una importante penetrazione nei costumi e nel pensiero degli strati colti e ricchi della società: si pensi all’influenza del pensiero medico nella teologia del XIII secolo o, in un versante meno elevato e più quotidiano, nell’alimentazione e nelle regole della tavola.
Abbiamo già visto precedentemente come il medico avesse comunque dei concorrenti, cioè degli operatori della sanità a lui alternativi e che in qualche maniera potessero minare le basi del suo status:
Si spaccia per medico qualunque idiota profano: il giudeo, il frate, l’istrione, il barbiere, la vecchia; come fanno da medici l’alchimista o il saponaro, o il custode dei bagni, o il falso oculista. Cosi mentre ognuno cerca il lucro, l’arte perde il suo pregio.
(Flos Salernitanum)
Di fronte a questa concorrenza, il medico dotto deve trovare un modo per distinguersi, per comunicare la superiorità del suo stato e della sua professione. Sceglie quindi un sistema di segni, sistema che d’altronde verrà codificato rapidamente, con il quale possa essere rappresentato e rappresentarsi, e che si estrinseca principalmente nell’abbigliamento e in una liturgia del rapporto tra medico e malato.
Un elemento di questo complesso sistema segnico è il rapporto fra medico dotto ed il libro: d’altronde è nel libro, nella letteratura medica cioè, che il medico trae gran parte della professione e, come abbiamo visto, del suo status. D’altronde il libro, inteso come oggetto adatto ad essere esibito, può venire utilizzato come buon testimone della preparazione del medico: un medico che possiede molti libri mostra nel contempo garanzia di preparazione ed agiatezza che gli proviene dal buon esercizio della professione, specie se i libri esposti nel suo studio sono ricchi per decorazioni e legatura.
Questo apparato diremmo scenico dello studio del medico aveva pero la limitazione di essere circoscritto alla sfera privata, anche se, comunque, lo studio era aperto al pubblico. Occorreva un ulteriore apparato per la sfera pubblica: ecco quindi la necessità di indossare vesti e monili ed usare cavalcature adeguate. L’iconografia dei secc. XIII-XV mette in evidenza come il medico vestisse di un robone generalmente rosso, oppure, nelle raffigurazioni più antiche, di una veste con sopravveste lunga, anch’essa generalmente di colore rosso. Molto spesso è presente al collo una pelliccia, e il capo è sempre coperto da un berretto di varia foggia, spesso anch’esso ornato di pelliccia. D’altronde il Flos Salernitanum avverte: una splendida veste ti procurerà parecchi benefici, / un abito vile ti procaccerà una vile ricompensa, / poiché un medico povero riceverà vili doni.
Ovviamente il momento più solenne di questa liturgia era rappresentato dalla visita medica. Il
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primo approccio del medico cominciava di solito fuori della casa del malato, generalmente nel suo studio dove parenti o famigli si recavano col segno della malattia, cioè con l’urina del malato, da cui il medico traeva la prima indicazione sulla gravità dell’affezione. Questa fase era per così dire il primo atto della rappresentazione che il medico andava ad interpretare. L’urina, generalmente, era già contenuta in un vaso piuttosto largo di vetro sottile e trasparente – la matula – che gli veniva recata contenuta in un apposito contenitore in vimini. Il medico afferrava saldamente la bocca della matula e la portava lentamente all’altezza degli occhi, osservando di controluce tutte le caratteristiche dell’urina, secondo una semeiotica piuttosto complessa basata sul colore, sugli eventuali corpi solidi, sulle loro caratteristiche di flottazione e cosi via. Alla fine il medico dava il primo consiglio che generalmente era quello di pattuire una visita, nell’interesse del malato, cercando di ribadire la necessita di ricorrere ad un buon medico, cioè a lui stesso.
A questo punto il medico si recava a casa del malato per iniziare la fase diagnostica vera e propria a cui sarebbe poi seguita la prognosi e l’eventuale terapia.
Nonostante l’idea, ancora piuttosto diffusa, che il medico medievale avesse una semeiotica fisica superficiale e limitata di fatto alla sola urinoscopia, in verità l’approccio al malato e la procedura diagnostica seguivano un iter piuttosto complesso. Di fatto il medico, dopo aver raccolto le notizie sulla malattia e le sue caratteristiche rispetto al malato: tollerabilità, grado di impedimento delle attività della vita quotidiana, turbe dell’appetito e del sonno ecc., prendeva in mano il polso del paziente e lo studiava a lungo secondo una serie di regole piuttosto complicate miranti a stabilire le caratteristiche qualitative della malattia. Quindi si poteva eseguire (o ripetere) l’urinoscopia. Già nella prima metà del XIII secolo, il medico poteva terminare la visita erigendo l’oroscopo del momento della visita o dell’inizio della malattia, cercando di inquadrare meglio le caratteristiche della malattia stessa. Più raramente il medico palpava il paziente, generalmente nel caso di sospetto di ascite o di ascessi. Terminata la visita, il medico dava il responso al malato, consigliando la terapia più opportuna. Quindi andava a parlare con i parenti, dando le opportune disposizioni per il corretto svolgimento del programma terapeutico, non prima di aver espresso la prognosi. La visita medica, proprio per la sua sequenza di gesti, poteva essere facilmente codificata con lo scopo sia di aumentare il potere terapeutico del medico attraverso il rafforzamento del rapporto fiduciario tra medico e paziente sia a ribadire, se non aumentare, l’immagine del medico colto e saggio. E’ qui appunto che il medico peritus si doveva differenziare dalla selva dei concorrenti, stabilendo i giusti confini tra il suo intervento razionale sulla malattia e,
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da una parte il possibile intervento divino di tipo miracoloso, dall’altra pratiche più o meno fraudolente di ciarlatani o categorie di operatori della salute a lui inferiori.
Bisogna tenere conto anche che tutta questa attenzione al malato era anche finalizzata a farsi pagare l’onorario, generalmente piuttosto consistente. Sull’avarizia del medico esiste una copiosa letteratura che tende a ribadire un’immagine di medico rapace, che si arricchisce sulla sofferenza degli altri. In effetti la trasformazione della medicina da un’arte caritativa, come veniva considerata prima del suo ingresso all’insegnamento universitario, ad arte lucrativa, aveva cambiato radicalmente il rapporto fra il medico e la ricchezza.
L’esempio più celebre, ma senz’altro molto significativo, è quello che ci riporta Filippo Villani a proposito di Taddeo Alderotti (1223 – 1295), professore di medicina a Bologna dal 1260 e probabilmente il modello più rappresentativo di scalata sociale da parte di un uomo di modeste origini che, da venditore di candele davanti ad Orsammichele a Firenze, diventa in età non più giovanile dottore in medicina e poi maestro a Bologna. Con Taddeo, che “fu in quell’arte”, della medicina cioè “di tanta reputazione quanto nelle civili leggi fu Accorso, al quale egli fu contemporaneo”, il processo per ottenere una parità fra medicina e giurisprudenza come importanza nell’insegnamento universitario e come dignità fra le scienze lucrative si può ritenere completato e quindi il nostro clinico, che da giovane, come abbiamo già accennato “nell’oratorio di San Michele in orto importunamente a’ comperatori offrendosi vendeva le minute candele, acciocché quindi nutricasse la sua miserabile vita” adesso pareggia il conto con la società, facendosi pagare degli onorari proporzionali alla sua nuova dignità:
Questi [Taddeo] essendo presso agl’Italiani tenuto come un altro Ippocrate, da’ signori d’Italia infermi in qualunque parte era chiamato, con salarii smisurati; ed essendo al suo tempo il sommo pontefice in infermità mortale caduto, e comandando che alla sua cura fosse chiamato Taddeo, non si accordando co’ suoi mandatarii del diurno salario, imperocché egli pertinacissimamente cento ducati d’oro il dì addimandava, e di ciò maravigliavasi il pontefice, finalmente consentì a’ piaceri di Taddeo, per desiderio della sua sanità: ed essendo a lui pervenuto Taddeo, cominciò il papa onestissimamente a riprendere la sua durezza e avarizia: al quale Taddeo, fingendo gran maraviglia d’animo, disse: – Io mi maraviglio, conciosiacosaché dagli altri signori e tiranni provocato, comunemente da ciascuno spontaneamente mi sieno stati donati il di cinquanta ducati d’oro, che tu, il quale se’ il principale signor tra’ cristiani, me ne abbi negati cento -; facendone mercato destramente, e con modestia riprendendo l’avarizia de’ cherichi. Avvenne dipoi, che, guarito il sommo pontefice, ovvero per merito della cura, o per purgare il sospetto dell’avarizia, donò ad esso Taddeo diecimila ducati.
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Taddeo, ovviamente, non era l’unico a chiedere onorari proporzionati alla propria fama, come d’altronde non tutti i medici dotti avevano la fama e il censo di Maestro Taddeo o di Dino del Garbo. I medici dei piccoli centri, oppure che esercitavano nei quartieri meno agiati delle città, erano ben lungi da quei risultati. Comunque sia, la letteratura del tempo ribadisce la condanna verso l’avarizia del medico: un’avarizia che verrebbe addirittura istituzionalizzata attraverso precetti ben precisi:
Non didici gratis, nec musa sagax Hippocratis Aegris in stratis serviet absque datis[ …] Res dare pro rebus, pro verbis verba solemus: Pro vanis verbis montanis utimur herbis; Pro caris rebus, pigmentis et speciebus. Est medicinalis medicis regula talis: Ut dicatur: da, da, dum profert languidus: ah!, ah!; Expers languoris non est memor huius amoris; Exige dum dolor est; postquam pena recessit, Audebit sanus dicere: multa dedi.
Non appresi gratuitamente l’arte, né la musa sagace / di Ippocrate deve servir gratuitamente al letto degli infermi. […] Noi siamo soliti dare cose per cose, parole per parole / per parole vane diamo erbe montanine, / per cose care usiamo unguenti ed essenze prelibate. / Ai medici diamo questa regola salutare: si dica dà, dà / Mentre l’ammalato ripete: ah! ah!. / Al medico dà metà / Al principio, l’altra nel mezzo della cura, non alla fine / Cessato il male, scompare il ricordo delle amorevoli cure; / esigi mentre il dolore dura; quando le sofferenze sono finite, / chi è guarito oserà dire: “molto ti ho dato”. (Flos Salernitanum)
Insomma non più il medico gratiosus o il medico filantropo dell’antichità e nemmeno il medico cristiano esercente una medicina di tipo caritatevole (almeno nel caso del medico-monaco, dato che abbiamo scarse notizie dei medici laici) ma una nuova figura di medicus rapax che sfrutta le debolezze altrui per arricchirsi, estorcendo ed arraffando. Il quadro è ovviamente esagerato e si inserisce in una polemica verso le professioni lucrative. Nella letteratura satirica, comunque, pur condannando l’avarizia del medico, non si parla quasi mai dell’incapacità del medico. Questo per dire che nonostante una certa storiografia medica, basata più sull’esaltazione delle magnifiche sorti e progressive che sulla reale efficacia della medicina anteriore al XX secolo, ci faccia intuire l’inefficacia del “sistema sanitario” dell’antichità e del medioevo, le cose dovevano in verità essere un po’diverse. Prima dell’arrivo della peste, quindi prima del 1348, la medicina doveva avere una sua efficacia perlomeno nelle patologie di cui esisteva una lunga osservazione e una serie di rimedi sperimentati nel tempo. D’altronde la situazione non migliorò con l’avvento delle nuove scoperte scientifiche, come ad esempio con il perfezionarsi delle conoscenze anatomiche o con lo sviluppo
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della fisiologia o dell’anatomia patologica: anzi, quando vennero messe in crisi le basi scientifiche della medicina antica, il medico diventò sempre più un empirico somministratore di purghe e salassi, anche se con ampie conoscenze dell’anatomia, e questo fino a che non fu possibile creare per sintesi o per modificazione chimica nuovi farmaci efficaci e non si poté, grazie all’anestesia o all’asepsi, entrare senza danno dentro il corpo. Insomma fino alle soglie del XX secolo.
Non è difficile quindi pensare, anche sulla base della letteratura medica, ad una efficacia, seppur circoscritta, della medicina antica, efficacia sufficiente a far prosperare una categoria di professionisti, magari rapaci, ma in ultima analisi efficaci.

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